GIOVANNI PAOLO II

Le due vie

La misericordia e la solidarietà

La notizia della beatificazione di Giovanni Paolo II è stata accolta con entusiasmo in tutto il mondo. Si prevede una partecipazione di massa all’evento. Osservatori e commentatori del mondo religioso ed ecclesiastico mantengono la notizia sotto la lente di un’analisi critica a tutto campo: religiosità da stadio? Cedimento al “santo subito” della massa? Perché così in fretta? Perché contravvenire alle procedure prudenziali emanate dallo stesso Giovanni Paolo II? Non si rischia di canonizzare, insieme al santo, anche tutte le sue visioni ecclesiali, sociali, politiche, comunque, legate ad uno specifico contesto storico? Per quanto queste obiezioni non siano campate in aria, è un fatto che il 1° maggio Giovanni Paolo II verrà beatificato. Se è vero che ogni santo incarna una parola di Dio, appropriata per i tempi e le circostanze, l’evento del 1° maggio quale parola proclamerà? L’abbiamo chiesto a mons. Celestino Migliore, nunzio apostolico in Polonia, che da Giovanni Paolo II è stato ordinato vescovo e destinato ad incarichi di alta responsabilità. (Ezio Bernardi, direttore “La Guida”, Cuneo)



Il 1° maggio, papa Benedetto XVI beatificherà in Roma papa Giovanni Paolo II. Proprio nella domenica della divina misericordia. La coincidenza con la festa della misericordia mette in risalto un tratto tipico della santità del Papa polacco. La profonda sintonia con Dio e col mondo che Giovanni Paolo II coltivava da sempre nella sua vita gli aveva rivelato la misericordia come categoria interpretativa del mondo d’oggi. Un mondo caratterizzato dalla malvagità umana delle due guerre mondiali, dai sistemi oppressivi del comunismo, nazismo e fascismo, dal divario tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, dall’insicurezza e la paura generale legate al terrorismo, dal venir meno del senso e del rispetto della vita. Una Chiesa che continua a predicare il comandamento nuovo e allo stesso tempo assiste all’inevitabile dispiegarsi, anche al suo interno, del presagio di Gesù: per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà (Mt 24,12). Nel frattempo, come reazione, la cultura moderna ha sviluppato alcune categorie di pensiero e di azione sociale che dovrebbero servire ad arginare e superare la malvagità umana. In particolare, la tolleranza, la compassione e il consenso.
Tuttavia, la tolleranza si è presto rivelata un principio insufficiente a regolare i rapporti umani. Soprattutto perché abbiamo perso la nozione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; ciò che è bene e ciò che è male. In questo contesto, la tolleranza è diventata sinonimo di permissivismo e di acritica accettazione della diversità. Ci ha portati ad essere nella nostra vita personale e sociale molto selettivi: siamo tolleranti solo verso quello che il politicamente corretto o i nostri pregiudizi ci impongono.
Della compassione abbiamo cominciato a diffidare fin dal momento in cui la ricerca della giustizia si è persa nelle pieghe della preoccupazione vittimaria e della strategia del caso pietoso. Con un uso improprio e strategico, la difesa della vittima diventa un abuso della pietà che essa suscita, per secondi fini che hanno poco a vedere con la giustizia.
Il potere oggi viene esercitato non in base alla verità, ma al consenso, alle opinioni dei cittadini: nel prendere una decisione – al Parlamento come al consiglio di quartiere – non ci si chiede se le opinioni sono vere, ma ci si limita a contarle.
Una verità del genere è il frutto di un accordo, è una verità convenzionale e congetturale che però spesso esclude ogni verità che ha un carattere universale e perciò dev’essere accolta da tutti.
Giovanni Paolo II ha compreso che in questo contesto culturale il contributo specifico dei cristiani è quello di far risplendere il valore sociale della misericordia. Misericordia non è permissività né perdono a buon mercato, è piuttosto indignazione verso il male sotto tutte le sue forme, indignazione che scaturisce da un forte amore quando si affronta la miseria umana. È tutt’altro che la semplice comprensione di certe tragedie umane o la lotta per la solidarietà. È qualcosa di più della lotta contro intollerabili ingiustizie. È qualcos’altro. È amare sinceramente colui che sbaglia, colui che pecca, chi è sfortunato e povero, proprio perché lui o lei è miserabile, è peccatore, è indigente. Questo amore mette in moto la giustizia, la solidarietà, l’equità, le strutture sociali e cambia le cose. Esso fa emergere personalità mature, capaci di portare questo ideale e tradurlo in categorie sociali, politiche e giuridiche per la Chiesa e la società di oggi.
La beatificazione di Giovanni Paolo II ci propone un’altra sua grande intuizione. In uno dei suoi primi viaggi in Polonia, quando il movimento Solidarnosc si stava consolidando, invitò i centri di istruzione e di cultura della Chiesa a trattare Solidarnosc non solo come movimento sociale e politico, capace di scalfire il regime comunista, ma soprattutto come idea chiave per una riflessione filosofica e culturale sulle basi di una società nuova, impostata non più sulla diffidenza reciproca, sulla delazione, sulla lotta di classe, ma sulla solidarietà. Trent’anni più tardi, stiamo attraversando una crisi economico-finanziaria a livello mondiale che affonda le sue radici ancora su questa mancanza di fiducia, di riconoscimento e di valorizzazione reciproca, di tutte le fasce sociali e di tutti i popoli della terra. Papa Benedetto XVI, nell’Enciclica “Caritas in Veritate” ha affermato che “la globalizzazione ci avvicina, ma non ci rende fratelli”. Ha proposto la fraternità come valore fondante la nostra società. La fraternità era stata menzionata anche dal motto della rivoluzione francese, 200 anni fa, ma poi è stata completamente dimenticata.