UGANDA

Una difficile normalità

La Chiesa e le elezioni presidenziali del 18 febbraio

“Ci stiamo avvicinando alle prossime elezioni con molta paura perché si moltiplicano i segni di possibili violenze. Per questo la Conferenza episcopale ugandese ha chiesto ufficialmente al governo e alla commissione elettorale di garantire lo svolgimento pacifico e regolare del voto”. Lo ha dichiarato mons. Sabino Odoki, vescovo di Arua, diocesi al confine con Sudan e Repubblica democratica del Congo, intervenendo al convegno “Nord Uganda e Sud Sudan, quale futuro per i cristiani?”, che si è tenuto nei giorni scorsi all’Università Cattolica di Milano. Le urne delle elezioni presidenziali si apriranno il 18 febbraio. Otto sono i candidati alla presidenza, ma il grande favorito resta l’attuale presidente Yoweri Museveni al potere dal 1986 e vincitore delle elezioni del 2001 e del 2006. Per cercare di capire qual è la situazione nel Paese alla vigilia del voto, il SIR ha intervistato mons. Odoki.

Alcuni partiti di opposizione hanno annunciato irregolarità nella preparazione del voto. Qual è la situazione?
“La commissione elettorale è accusata di non essere imparziale bensì di essere schierata dalla parte del partito al governo (il National Resistance Movement ndr) e in molti chiedono un cambiamento perché temono che le elezioni non siano regolari”.

Con quali sentimenti il popolo ugandese si sta preparando al voto?
“La gente prova un po’ di paura. Durante le elezioni primarie nei partiti ci sono state situazioni di violenza, anche all’interno dello stesso partito al potere. Il timore è che le violenze possano continuare. Per questo la Conferenza episcopale sta chiedendo alla commissione elettorale e al governo di garantire libere e giuste elezioni. Una posizione portata avanti non solo dalla Chiesa cattolica ma da tutte le Confessioni che partecipano al gruppo interreligioso”.

Il presidente Museveni è al potere dal 1986. Uno dei leader più longevi dell’Africa. Teme vi possano essere rivolte come quelle in Nord Africa?
“È possibile. Il presidente del Democratic Party, principale partito di opposizione, ha già annunciato che in caso di presunte irregolarità chiederà il riconteggio. Noi speriamo che questo non succeda e che il voto sia regolare e senza violenze. Ma la gente è pronta a difendere il proprio voto con la presenza fisica, anche con manifestazioni di piazza come è successo al Cairo”.

La pace è tornata anche nel Nord dell’Uganda teatro degli scontri tra ribelli del Lord Resistance Army #Lra – tra cui molti bambini soldato# e dell’esercito regolare. A che punto è il cammino di riconciliazione?
“Molti dei ribelli sono tornati e sono stati reintegrati nella società. Abbiamo diverse organizzazioni internazionali impegnate nell’assistenza psicologica e nel reintegro nelle comunità. Nella diocesi di Gulu #dove mons. Odoki è stato vescovo ausiliare fino allo scorso dicembre, ndr# è stato aperto un centro della Caritas proprio per formare le persone incaricate nell’ascolto. Il sogno della diocesi è quello di costruire una vera e propria Università specializzata. Questa è una delle emergenze più grandi perché i traumi restano e la violenza è diffusa: nelle famiglie, contro le donne e i bambini ma anche tra i giovani stessi”.

Alcuni ribelli del Lra sono ancora nascosti. Rappresentano una minaccia?
“Noi da quasi quattro anni viviamo in una situazione di pace e non abbiamo segni della loro presenza. I ribelli rimasti si sono spostati in una zona al confine tra Repubblica democratica del Congo, Centrafrica e Sud Sudan. Lì stanno causando molta sofferenza alle popolazioni locali”.

In nord Uganda come si sta vivendo il ritorno alla “normalità”?
“La gente sta tornando ai villaggi e lì deve ricostruire la propria vita. Non mancano solo le case, i servizi, ma anche il cibo, le sementi e gli attrezzi agricoli. Poi ci sono i problemi della lotta per la terra perché tra la gente rientrata si creano conflitti sui diritti di proprietà. Per questo abbiamo avviato cammini di riconciliazione cercando di spingere la gente a parlare invece che a combattere. Sono nuove sfide per cui abbiamo ancora bisogno di aiuto perché la guerra che si vedeva con gli occhi é finita ma quella nella mente durerà per molto tempo”.

L’Uganda confina a Nord con quello che a luglio diventerà – salvo colpi di scena – il 54° stato dell’Africa, il Sud Sudan. Come vedete la situazione del Paese?
“I legami tra Nord Uganda e Sud Sudan sono da sempre molto stretti e le etnie che abitano le due parti del confine sono in molti casi le stesse. Anche i problemi, a causa della guerra vissuta dai due Paesi, seppur in contesti diversi, sono simili. Ora con l’indipendenza sarà importante capire come i diversi gruppi etnici riusciranno a trovare un accordo e ad evitare conflitti per il potere. Il referendum è passato, la sfida ora è costruire una nuova nazione”.