TUNISIA
Costituito oggi il nuovo governo di unità nazionale
Il premier tunisino, Muhammad Ghannouchi, ha annunciato oggi il nuovo governo di unità nazionale. L’esecutivo è stato formato dopo la deposizione dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali, costretto ad abbandonare il Paese venerdì, dopo una rivolta popolare in corso da un mese. Si tratta del primo governo degli ultimi 20 anni che conta anche alcuni partiti di opposizione. Al Raggruppamento costituzionale democratico tunisino, il partito di governo, sono andati i quattro ministeri chiave. Il nuovo governo ha annunciato che libererà tutti i detenuti politici rinchiusi nelle carceri tunisine. Abbiamo chiesto un’analisi della situazione a Luciano Ardesi, esperto del Maghreb e presidente dell’associazione nazionale di solidarietà con il popolo saharawi
Quali le caratteristiche di questa rivolta? C’erano dei segnali premonitori?
"La rivolta forse era annunciata, perché periodicamente in Tunisia c’erano state delle agitazioni sociali, però localizzate nei centri più poveri. Il potere finora era sempre riuscito a circoscriverle. La novità è che questa volta la rivolta si è estesa. Per due motivi: un diffuso disagio dopo 23 anni con lo stesso presidente, unito alla crisi economica; ed è venuta meno la capacità del regime di controllare tutti i canali di comunicazione, soprattutto internet. Questo ha favorito la circolazione delle notizie e ha dato coraggio alla gente".
L’esercito ha avuto un ruolo importante. Può far temere una presa di potere?
"L’esercito in Tunisia è diverso dall’esercito in Algeria, che ha più potere. In Tunisia è molto modesto ed è stato sempre al di fuori della mischia politica. In queste ore si sta cercando di capire se la fuga precipitosa di Ben Ali potrebbe essere dovuta all’intervento dell’esercito, ma siamo ancora a livello di supposizioni. Sono sufficientemente ottimista: pur vedendo le difficoltà, non vedo il rischio che l’esercito sia intenzionato a imporre l’ordine. Non credo ne uscirà un regime militare".
C’è il rischio di un’intrusione del fondamentalismo?
"Questo è il vero rischio. Il deficit di democrazia lasciato da Ben Ali potrebbe essere riempito proprio dal fondamentalismo, nel caso in cui il nuovo governo di transizione non sappia rispondere alle attese del Paese. Da un punto di vista organizzativo in questo momento i fondamentalisti sono deboli come tutti gli altri partiti di opposizione. Però sicuramente sono in una posizione migliore. La Tunisia non è più quel Paese laico sognato dal suo fondatore Habib Bourghiba. Negli ultimi 20 anni c’è stata una certa islamizzazione: tante moschee, il ritorno del velo tra le giovani. Probabilmente Al Qaeda tenterà d’introdursi in Tunisia. Attualmente si è ritirata nelle regioni sahariane. C’è da attendersi almeno un tentativo d’infiltrazione, anche se in Tunisia sarebbe una presenza più controllabile".
La Tunisia è pronta per la democrazia?
"Non è una rivolta organizzata con ideologie e leader in grado di prendere le redini del Paese. È tutto da inventare. La stessa opposizione non è preparata a governare. Il fatto che i partiti fossero finora fuorilegge, tollerati o non avessero spazi di riunione e diffusione delle proprie idee, propone ora una sfida di democrazia al loro interno. Sapranno costruirsi degli organismi democratici? È tutto da vedere. Se le promesse verranno mantenute, sarà un governo di coalizione, quindi una palestra per le forze politiche per allenarsi al gioco democratico. Il rischio è che, con le elezioni presidenziali in programma tra due mesi, il quadro politico sia talmente frammentato che la vecchia classe politica legata a Ben Ali imponga il proprio candidato, tenendo sotto controllo la rete degli interessi economici nel Paese".
Il cambiamento è comunque positivo? Ci sarà maggiore libertà e meno repressione?
"Il fatto che Ben Ali se ne sia andato vuol dire che si è aperto il campo politico: ci sarà un esercizio della democrazia, bisogna vedere se le forze politiche saranno in grado di esercitare questo gioco lealmente, avendo come obiettivo il bene del Paese. Una palestra di democrazia. Del resto le fasi di transizione servono a questo. Sicuramente ci sarà più libertà. Però il problema è che le risorse economiche sono tutte accaparrate dal clan del presidente. Allora bisogna smantellare questo sistema e fare in modo che le ricchezze vengano distribuite. Naturalmente ci saranno grosse resistenze. Bisogna vedere chi saranno i ministri nei settori chiave: economia, interni. Sarà difficile rimettere in piedi in breve tempo un minimo di giustizia sociale. La gente saprà attendere? Dipenderà molto dai segnali che arriveranno dal governo".
La rivolta potrebbe estendersi anche in altri Paesi? C’è già stato un morto in Algeria e un altro giovane si è dato fuoco in Egitto.
"C’è sicuramente un tentativo di emulazione. Non credo che l’insieme del Maghreb si incendierà. Manca il fattore sorpresa. Ora chi è al potere sa cosa potrebbe succedere quindi controllerà. L’Algeria ha subito bloccato gli aumenti dei prezzi. Non credo ci sarà un effetto domino su tutti i Paesi. Perché gli altri governi sono più forti e sanno cosa aspettarsi. Lo stesso Gheddafi in Libia avrà preso le sue contromisure".
Però esiste un malessere sociale comune a tutto il Maghreb?
"Sicuramente sì. Anche in Marocco, dove la situazione è apparentemente sotto controllo. Nell’ottobre scorso, 20.000 giovani saharawi si sono riuniti vicino Casablanca per chiedere lavoro e possibilità di studiare. C’è un fattore demografico molto importante: tre quarti della popolazione maghrebina hanno meno di 30 anni. Bisognerebbe investire risorse per creare posti di lavoro, condizioni migliori di vita, prezzi bassi. È ciò che non hanno saputo fare i governi maghrebini".
Come hanno reagito i governi europei, soprattutto quelli più legati alla Tunisia?
"Tutti i governi europei si sono comportati malissimo prima e durante la crisi. La Tunisia e il Marocco hanno avuto lo status di Paese privilegiato nella partnership euro-mediterranea. Il processo iniziato a Barcellona nel 1995 prevedeva, tra l’altro, il rispetto dei diritti umani da parte dei Paesi che avevano rapporti con l’Ue. Sia per la Tunisia sia per il Marocco, questo parametro non è stato assolutamente rispettato".
In Tunisia c’è una piccola comunità cristiana di 2.000 persone. È a rischio?
"La comunità cristiana è sempre stata al di fuori di tutte le beghe politiche e in questo senso apprezzata da Ben Ali. La nunziatura non ha mai avuto problemi. La Chiesa non ha mai parteggiato apertamente per Ben Ali, ma ha sempre parlato di rispetto delle istituzioni e della legalità. Certo per la sua scarsa presenza numerica non avrebbe neanche potuto condurre battaglie per moralizzare il Paese o tentare di influenzare l’evoluzione del regime. Questo, se da un lato la mette in una posizione di debolezza e di sospetto, dall’altra la preserva da rischi. Ero in cattedrale il 7 gennaio mentre si preparava la rivolta a Tunisi, non c’era nessun segno di tensione all’esterno, non è stata attaccata dai manifestanti. La sua posizione di neutralità può contribuire alla salvaguardia ma non potremo aspettarci grossi cambiamenti. Certamente il nuovo governo rispetterà la Chiesa. Su questo sono molto ottimista. Non è l’Egitto".