NOMADELFIA

Lo sguardo di don Zeno

Il card. Angelo Bagnasco nella comunità fondata sull’accoglienza

L’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, ha reso visita il 4 gennaio alla comunità di Nomadelfia. Il cardinale ha incontrato un gruppo familiare e salutato Irene, la prima mamma “di vocazione” che accolse il primo figlio in affido nel 1941. Successivamente ha presieduto, insieme al vescovo di Grosseto, mons. Franco Agostinelli, la celebrazione nella quale si è svolta la cerimonia dell’affido familiare. Dopo la Messa, il card. Bagnasco ha visitato la scuola e l’azienda agricola, il centro radio televisivo e gli uffici. Alle 16, l’incontro finale con tutta la comunità fondata nella prima metà del secolo scorso da don Zeno Saltini, nella quale attualmente vivono circa 300 persone e tre sacerdoti. Nomadelfia è il luogo “dove la fraternità è legge”. I suoi membri seguono lo stile delle prime comunità cristiane in una località di 4 chilometri quadrati alle porte di Grosseto, dove tutti i beni sono in comune e non esiste proprietà privata né circola denaro. Si lavora solo all’interno della comunità e solo all’interno si può andare a scuola. In estate Nomadelfia si apre al mondo con le Serate, incontri con le popolazioni per conoscerle e farsi conoscere.

La centralità della famiglia. Nomadelfia, ha detto il card. Bagnasco, è un'”intuizione felice e provvidenziale di don Zeno” che “arricchisce la moltitudine dei carismi con i quali lo Spirito abbellisce il volto della Chiesa”. Una realtà nella quale “la fraternità evangelica, la coscienza vivissima della centralità della famiglia, l’accoglienza di chi ha bisogno di genitori, qualificano la vostra vita e fanno della vostra parrocchia non qualcosa di estraneo ma di familiare, un segno della nostra origine e del nostro futuro”. La visita del cardinale è dettata dalla presenza di un sacerdote genovese, don Stefano Vassallo, al quale lo stesso Bagnasco ha concesso di esercitare il proprio ministero pastorale a Nomadelfia per i prossimi tre anni. Il porporato ha poi parlato della necessità di “rimanere con Dio” ed “accettare la gradualità del cammino interiore”. “Non si può conoscere tutto e subito, non è possibile gustare il cuore del Mistero senza perseverare accanto al Mistero”. “È una regola – ha aggiunto – che vale a qualunque età; ma vale in modo particolare per i giovani che, per loro natura, sono più impazienti e vorrebbero accelerare i tempi, bruciare le tappe”.

Il dono della fede. “In una società dove tutto si consuma subito e si passa ad altro in nome di nuove esperienze – ha sottolineato il card. Bagnasco – quanto bisogno c’è d’imparare di nuovo la pazienza, i ritmi del tempo, quei ritmi che il contatto con la natura fa comprendere meglio. Imparare a gustare le piccole conquiste quotidiane è una grande conquista! Costruisce l’uomo, la sua personalità, la sua fede, edifica la comunità cristiana”. L’arcivescovo ha poi spiegato che la fede si rafforza donandola, perché “chi trova il tesoro della gioia non può tenerlo per sé, deve condividerlo: allora la gioia si moltiplica” e “la fede è un dono, e il dono cresce donandolo”. Nella vita, ha proseguito, dobbiamo “fidarci di qualcuno”. “Bisogna essere attenti e accorti per non riporre malamente la nostra fiducia, ma non possiamo fare diversamente” e “a Nomadelfia l’affidabilità è di casa: è un tesoro da non perdere, ma da far crescere con le nuove generazioni”. “Essere affidabili – ha affermato – significa parlare e agire senza calcoli proprio perché si è liberi”.

La Chiesa. Per questo, ha aggiunto il card. Bagnasco, “se Gesù è la perla e il tesoro su cui giocare la vita, allora siamo liberi veramente e affidabili”, altrimenti “avremo sempre paura di perdere qualcosa, di restare indietro, e vivremo ripiegati su noi stessi, rinchiusi e tristi”. Infine il presidente della Cei ha ricordato l’importanza di seguire la Chiesa, il magistero petrino e la parola dei vescovi: “Per essere sicuri che noi crediamo nel Gesù storico, il Gesù che hanno conosciuto i Dodici, la sua persona, le sue parole, i suoi gesti, i suoi miracoli, la sua morte e risurrezione, dobbiamo guardare al Papa, ascoltare la sua parola”. “Quale grande dono – ha concluso – poter avere il punto sicuro della verità della fede e dell’agire morale, in mezzo a opinioni, idee, dottrine diverse e contrastanti”.

Un piccolo popolo. “Questa giornata – ha detto Francesco, attuale responsabile della comunità, accogliendo il card. Bagnasco – ci riporta alla radice di Nomadelfia, al sacerdozio di don Zeno, che ha generato un piccolo popolo che vuole fondarsi sul Vangelo”. Don Zeno è stato “un grande testimone di amore alla Chiesa”, ma “va riconosciuto anche come un grande educatore”. La sua vita sacerdotale è infatti “profondamente in sintonia con il documento della Chiesa italiana: ‘Educare alla vita buona del Vangelo’. Per diverse ragioni, ma soprattutto per aver curato la famiglia”. “Solamente nella collaborazione educativa – ha concluso – si possono aiutare le nuove generazioni a costruire un futuro più umano”.