AFRICA E SUD DEL MONDO

Solo quando c’è tragedia?

Informazione e opinione pubblica chiuse nel localismo nonostante internet

"Non siamo educati ad un pluralismo culturale. Non siamo educati ad interessarci alle sorti del nostro pianeta. L’attenzione supera difficilmente il contesto locale, quello in cui si vive. Le informazioni che riguardano altre zone della Terra suscitano interesse soltanto quando hanno una ricaduta sulle questioni personali come si è visto, ad esempio, con il grande risalto dato alla crisi finanziaria di questi anni". Dal Sud del mondo e dall’Africa in particolare arrivano, in questi giorni, notizie drammatiche: dai trecento ostaggi eritrei ancora nelle mani dei beduini nel Sinai agli scontri tra musulmani e cristiani che hanno sconvolto la Nigeria durante il Natale. Per riflettere sul ruolo dell’informazione nei confronti del continente africano e dei Paesi emergenti il SIR ha parlato con don Fabio Pasqualetti, docente di comunicazione e sviluppo all’Università Pontificia Salesiana.

Soltanto eventi drammatici riescono a destare l’attenzione dei media per l’Africa?
"La problematica riguarda buona parte del Sud del mondo (Africa, America latina, Asia, Cina) di cui non si sente parlare. Il fenomeno deve essere inquadrato all’interno di un’analisi del sistema mediatico troppo dipendente dal fattore economico. Già Noam Chomsky sosteneva, alcuni anni fa, che i media servono a vendere audience ai pubblicitari. Nell’attuale scenario di globalizzazione, al quale si contrappongono fenomeni di localizzazione emersi con veemenza a partire dagli anni ’80, è evidente che la comunicazione diventa per alcuni aspetti provinciale. Lo vediamo soprattutto in Itala. Siamo inseriti in un contesto culturale consumistico assai centrato sulla soddisfazione dell’io. E allora che coinvolgimento ci può essere, da parte di un italiano, ad interessarsi del resto del mondo? Si tratta di un problema educativo e culturale. Tanto più che, in questi ultimi vent’anni, il modo prevalente con cui abbiamo sentito parlare degli altri è di tipo discriminante: non a caso li chiamiamo ‘extra-comunitari’, identificandoli così al di fuori della nostra comunità".

Si avverte una difficoltà di accesso ai grandi canali d’informazione per le notizie provenienti dal Sud del mondo…
"Il paradosso è che oggi, in realtà, abbiamo a disposizione tanti strumenti per informarci. Una tecnologia come Internet permette di accedere a numerose fonti, ufficiali e non. Ma in quanti lo fanno? E per quale motivo si dovrebbe fare se non si ha una sensibilità di tipo globale? Istituzioni, televisioni e servizi pubblici dovrebbero fare qualcosa di più. Viviamo in un clima culturale che definisco ‘ombelico-centrico’, siamo troppo interessati a noi stessi per poterci dedicare agli altri in un atteggiamento di ascolto e dialogo. Sarebbe importante interessarsi non soltanto alle cose negative ma anche alle bellezze degli altri popoli. Un approccio che favorirebbe la globalizzazione positiva e farebbe comprendere come tutti siamo interdipendenti su questo pianeta".

I mass media utilizzano pesi e misure diverse in base ai Paesi?
"L’Africa è un continente più abbandonato rispetto ad altri. Per secoli è stata terra di conquista. Un processo che non si è mai concluso se si pensa che, soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda, è subentrata una nuova forma di colonizzazione ad opera delle multinazionali. Corruzione dei governi locali e sfruttamento del territorio hanno portato il continente allo sbando. Oggi, ad esempio, sembra che la Cina stia aiutando l’Africa ma in realtà sta solo proseguendo quest’opera di sfruttamento. Di tutto questo se ne sente parlare pochissimo. Se ne ha notizia quando succede qualcosa di estremamente grave che suscita l’attenzione del palcoscenico internazionale ma la copertura dei media dura tanto quanto interessa all’Occidente. È significativo il caso di Sakineh, la donna iraniana condannata a morte. Bene la mobilitazione internazionale ma perché soltanto sull’Iran? Anche in altri Stati mediorientali e non, tante donne vengono condanne a morte. Queste scelte informative, dunque, sono regolate da un duplice interesse orientato non soltanto al soggetto ma anche alla nazione verso la quale si cerca di fare pressione".

Quali strategie si possono adottare per rendere l’opinione pubblica più informata su tematiche così importanti?
"L’opinione pubblica si forma ancora prevalentemente con i media elettronici tradizionali e buona parte viene costruita attraverso la televisione o la radio. Per cambiare la situazione, lo sforzo più grande deve essere compiuto dalle istituzioni educative. La scuola è chiamata a educare in nome del pluralismo culturale con attenzione particolare agli altri, non solo nel momento in cui questi diventano pericolo ma come riconoscimento del prossimo in quanto ricchezza e possibilità di crescita in un pluralità di identità. Poi sono necessarie scelte di programmazione. Bisognerebbe mettere in discussione un certo modo di gestire i media: se questi hanno come obiettivo primario il guadagno, programmi culturali di qualità non sempre trovano spazio. Sarebbe importante, invece, puntare più sulla riflessione che sull’audience".