LIBIA

Tre passi urgenti

Carta costituzionale, servizi e comunicazione

Il Consiglio nazionale di Transizione si è trasferito e insediato a Tripoli, segnalando così, simbolicamente, la caduta del regime di Gheddafi. Ma mentre scriviamo a Sirte si combatte ancora e il colonnello viene ricercato in tutto il Paese, con una taglia di oltre un milione e mezzo di euro offerta dal Cnt per la sua cattura. Intanto la quasi totalità dei Paesi occidentali ha riconosciuto il nuovo governo transitorio. La stessa cosa hanno fatto diverse nazioni del resto del mondo e dieci Paesi africani su 54. La Lega araba ha attribuito al Cnt il seggio sinora vacante della Libia, su iniziativa del Qatar appoggiata dall’Egitto e da tutti gli altri governi nordafricani tranne l’Algeria. Per contro proprio l’Algeria esita a riconoscere il governo degli insorti, con numerosi Paesi africani e latinoamericani che vorrebbero comprendere meglio come si evolverà la situazione. L’Unione africana non ha per ora riconosciuto alcun nuovo rappresentante ‘legittimo’ per la Libia e in un comunicato misuratissimo ha auspicato il rapido affermarsi di un governo che rappresenti tutte le componenti e avvii un processo democratico.
I diversi atteggiamenti verso l’autorità provvisoria libica sono comprensibili. La comunità internazionale è dibattuta tra due opzioni opposte: quella di chi non vuol legittimare percorsi che potrebbero dare domani esiti antidemocratici (e dunque attende a riconoscere la nuova autorità) e quella di chi ritiene che aprire subito relazioni politiche con un confronto sui programmi spinga le autorità di transizione ad un percorso responsabile e verificabile e, non ultimo, chiuda spazi a bande e fondamentalisti che giocano proprio sull’incertezza e sull’assenza di autorità per affermarsi.
In questo quadro pesano anche interessi particolari e rivalità. Per alcuni Paesi occidentali, Italia compresa, riconoscere rapidamente un legittimo rappresentante della nazione libica significa dotarsi rapidamente di uno strumento per discutere accordi commerciali ed energetici. Per l’Unione africana (Ua), che ha un peso sempre maggiore nel quadro geopolitico, attendere a dare il proprio riconoscimento significa far pesare l’irritazione per il fatto che il suo timido tentativo di mediazione, avviato con la Turchia nei mesi scorsi, sia stato di fatto azzerato dalle bombe della Nato.
Il dialogo con i diversi attori libici va alimentato con determinazione. Non deve avere i caratteri di un protettorato neocoloniale. Occorre viceversa accompagnare, finanziariamente e – dove possibile – attraverso partnership tecniche, un percorso difficile di ricomposizione nazionale. Il primo di questi passi riguarda l’elaborazione di una carta costituzionale. È un passaggio delicato per far tornare a dialogare le diverse componenti della articolata società libica. Oggi è già stata redatta una bozza, ma non è frutto di un percorso condiviso. Occorre garantire un quadro giuridico e politico che consenta una discussione adeguatamente lunga in condizioni di sicurezza e coinvolgimento. Non è facile. In Sud Africa è stato possibile grazie al contributo di uomini notevoli e in Egitto il processo è a rischio proprio per l’assenza di figure nello stesso tempo così popolari e responsabili. Per questo il contributo della comunità internazionale è prezioso, affidando un ruolo da protagonista all’Unione africana, unica istituzione multilaterale del tutto libera da accuse di neocolonialismo.
Il secondo passo è quello della ripresa urgente dei servizi, a cominciare da ospedali e scuole, devastati dalla guerra. Il terzo la riapertura degli spazi per la comunicazione libera, sia per la stampa, sia per internet e i social network. Quindi è corretto occuparsi di accordi commerciali. È interesse dei Paesi occidentali, ma anche della stessa Libia che ha bisogno di risorse per finanziare la ricostruzione, lo sviluppo e la democrazia. Ma deve essere chiaro che la collaborazione commerciale viene dopo e al servizio della ricostruzione civile del Paese.
I partner più prossimi della Libia, gli europei in primis, Italia e Francia comprese, devono agire per favorire questo processo. La prossima conferenza di Parigi può essere utile in questa direzione, ma si abbia il coraggio di trasferirne la sede. Si riconosca il ruolo avuto dalla Libia nel favorire, finanziandolo, il processo di costruzione dell’Ua e ci si segga intorno al tavolo in una capitale africana se Tripoli non offre garanzie di sicurezza. Si insista sulle partnership nei servizi fondamentali, sanità ed educazione, offrendo non forze militari con scopi civili, ma le forze umane e intellettuali delle organizzazioni della società civile per accompagnare dialogo e ricostruzione. Sarebbe bene farlo subito anche da parte italiana, per non offrire alla nuova Libia solo il volto dell’Eni che si affretta a correre a Tripoli in questi giorni. Ma vale per tutta l’Europa. Saremmo probabilmente più efficaci, più credibili e guadagneremmo fiducia. I politici europei, così concentrati su se stessi, sapranno rendersene conto?