ISRAELE - PALESTINA
Intervista con padre P. Pizzaballa (Custode di Terra Santa)
A una settimana di distanza dagli attacchi nel Sinai di giovedì 18 agosto – costati la vita a sette civili israeliani e ad altrettanti attentatori – continua ad essere tesa la situazione in Israele e nella striscia di Gaza. Agli attacchi, avvenuti nei pressi della città israeliana di Eliat, sul Mar Rosso, è seguita una serie di attacchi israeliani alla Striscia di Gaza, da cui secondo il ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, "hanno avuto origine gli attacchi". La risposta delle milizie palestinesi non si è fatta attendere con l’intensificarsi del lancio di razzi contro i villaggi israeliani sul confine. Domenica sera i miliziani di Hamas e il governo israeliano avevano approvato un cessate il fuoco che non è mai stato completamente rispettato. Tanto che, poche ore fa, è arrivata la notizia dell’uccisione, nella stessa Striscia, di un leader delle brigate di al-Quds da parte dell’esercito israeliano. Sul ritorno della violenza in Palestina il SIR ha intervistato il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, intervenuto quest’oggi al Meeting di Rimini alla presentazione della mostra "Con gli occhi degli apostoli", che illustra i nuovi ritrovamenti di Cafarnao.
Padre Pizzaballa, vi aspettavate un ritorno così improvviso delle violenze?
"In Terra Santa c’è sempre tensione e tutto è sempre un po’ imprevedibile. Nell’ultimo periodo avvertivamo un po’ più di tensioni non solo a livello politico ma anche territoriale. Una situazione influenzata dai problemi regionali legati alla situazione di Egitto e Siria che hanno ripercussioni in tutta la Palestina. Nessuno si attendeva, però, che nel Sinai potesse avvenire un attentato organizzato in modo così preciso, soprattutto perché appare ancora senza una matrice. Per questo al momento è difficile dire se quello che è avvenuto è solo una parentesi o l’inizio di qualcosa di nuovo".
A colpire è soprattutto il teatro del primo attacco, il Sinai. Alcuni analisti hanno evidenziato come la debolezza politica del governo egiziano se non dovesse rafforzarsi in tempi rapidi – potrebbe avere delle ripercussioni negative proprio sulla stabilità del Sinai. Come vedete la situazione?
"Negli ultimi mesi è certamente finito uno status quo che garantiva – a nord con la Sira e a sud con l’Egitto – una certa stabilità. Ora ci troviamo in una situazione magmatica dove non si capisce bene quali saranno gli equilibri futuri".
Questa incertezza potrebbe creare problemi alla presenza cristiana nell’area. Penso in particolare ai monasteri cristiani presenti nel Sinai?
"Non credo ci siano problemi particolari per il Sinai, ma in generale la condizione dei cristiani è una cartina tornasole per capire che direzione prenderanno in cambiamenti in corso".
All’inizio della "Primavera araba" lei aveva sottolineato la necessità di capire quale sarà la seconda fase. A distanza di sei mesi i nodi irrisolti appaiono ancora molti e si fatica a capire quale direzione prenderanno gli eventi. Cosa si aspetta?
"E’ iniziato un cambiamento e, a differenza di quanto spesso si pensa, i cambiamenti non seguono mai una linea retta bensì gli umori, le circostanze, le condizioni e le culture di un territorio e dei popoli che vi abitano. Certamente ci saranno fasi di involuzione e stallo, dobbiamo mettere in contro anche momenti difficili, ma oggi non siamo ancora in grado di dire quale sarà la direzione finale del cambiamento. Ci sono gruppi e movimenti diversi che si stanno confrontando, dagli integralisti ai moderati, per cercare di avere influenza e potere. Un confronto di cui non conosciamo ancora gli esiti".
Quale ruolo potranno avere i cristiani in questa fase politica della Terra Santa? Potranno offrire un ruolo di mediazione?
"Non so quanto potranno essere mediatori, ma posso dire che i cristiani hanno e devono avere un ruolo. Si devono far ascoltare perché sono parte integrante di questo processo, non ne sono esclusi. Ma come ho già detto siamo in una fase ancora molto acerba".
Da alcune ore a questa parte il destino del regime libico di Gheddafi sembra ormai segnato. Dalla vostra prospettiva come vedete quanto sta accadendo?
"La Libia non è in Medio Oriente e rappresenta davvero un altro mondo, distante culturalmente dal nostro. Anche lì è finito un regime, ma non sappiamo quello che avverrà. E’ una fase a cui guardiamo con grande attesa e speranza ma anche, oggettivamente, con grande paura". a cura di Michele Luppi – inviato SIR al Meeting di Rimini