SAN GIOVANNI DI AVILA
Dottore della Chiesa: oggi l’annuncio a Madrid
Cinque contro cinquantacinque! Eppure, solo cinque detrattori invidiosi poterono molto, tanto da far sferrare all’Inquisizione, la temuta e potente Suprema, un colpo gobbo allo stimato predicatore dottor Juan de Avila, accusato di erasmismo, nulla di più lontano dalla mente culturale e dall’animo spirituale del predicatore che mai si era schierato a favore di un compromesso fra i protestanti e il Papa e che, se aveva criticato la corruzione del clero, lo aveva fatto a ragion veduta, dando esempio in proprio di limpida trasparenza. Inoltre, la profonda inclinazione alla religiosità interiore non portò mai Juan de Avila a rifiutare il culto dei santi e delle reliquie, mentre era severo contro i ricchi che riteneva esclusi dal regno dei cieli.
Chi aveva ascoltato i suoi sermoni asseriva di aver sentito "san Paolo che interpretava san Paolo" e non un teologo che volesse rendere l’insegnamento di San Paolo più morbido e annacquato.
Il famoso predicatore, sotto pena di scomunica, dovette ripercorrere le tappe della sua predicazione e chiarire eventuali dubbi e malintesi. Tutto sommato, malgrado rischiasse la scomunica, per i tempi di allora, gli andò piuttosto bene.
Figlio unico di ricchi genitori, di ascendenza ebraica, proprietari di miniere d’argento, Juan (1500-1569) si era fatto povero con i poveri e si era dedicato integralmente alla predicazione dell’annuncio evangelico.
Studente di legge alla celebre Università di Salamanca, aveva piantato in asso gli studi giuridici per darsi alla preghiera e a una severa penitenza. Uscì da questo periodo di purificazione con l’intento di studiare teologia a Alcalá de Henares, nel frattempo rimase orfano e la sua prima Messa la celebrò in memoria dei genitori.
Gli urgeva nel cuore la vita del missionario perciò si trasferì a Siviglia con l’intento di salpare per l’America, ma il vescovo gli ordinò invece di spendersi per evangelizzare l’Andalusia. Juan ubbidì e si buttò anima e corpo nella missione affidatagli, tanto da guadagnarsi l’epiteto di Apostolo dell’Andalusia.
Le conversioni fioccavano, la sua parola mirava dritta al cuore di chi lo avvicinava e poteva assistere ai suoi sermoni. Il commento al salmo 64, divenne il suo primo libro Audi filia, et vide, dedicato ad una nobildonna convertita recentemente.
La fama del libro, un compendio di vita ascetica, si diffuse tanto e tanto rapidamente da giungere all’orecchio del re Filippo II che lo volle presente nella sua celebre biblioteca di El Escorial. Correva voce che il libro avesse convertito più persone di quante fossero le lettere che lo componevano; l’opera lasciò un’impronta notevole in tutta la letteratura ascetica del secolo e il suo autore fu sempre più consultato. Egli fu amico di Teresa di Gesù, di Ignazio di Loyola, di Francesco Borgia e di Pietro d’Alcantara: tutti santi!
Pur nel gorgo delle predicazioni Juan de Avila fu molto attivo, fondò collegi ed organizzò l’Università di Baeza; malgrado la malattia che lo minava riuscì ad essere operativo per quindici anni e morì nel 1569 a Montilla, dove si trova la sua tomba.
La polvere dei secoli non è polvere di oblio: beatificato nel 1894, canonizzato nel 1970, ora Benedetto XVI ne annuncia il titolo di Dottore della Chiesa per far comprendere al popolo di Dio di quanta perenne saggezza sia intriso il suo insegnamento. La percezione delle diverse vie su di cui Dio guida le persone, tanto diverse, quanto lo sono i loro corpi, lo colloca in una posizione quanto mai moderna ed attuale nel consigliare una "devozione", una postura cioè di preghiera e vita nello Spirito, che non sia univoca ma rispetti le diversità. Era ben sottile con coloro che aiutava nelle vie dello spirito e li voleva distaccati dalla gloria, dall’onore che tanto caratterizzava il suo secolo, sottolineava con vigore infatti che, se il Figlio dell’Uomo non cercò l’onore ma anzi si lasciò disprezzare, i cristiani non avrebbero potuto battere una via solcata da onori.
In fin dei conti, la santità non è questione di muscoli spirituali, di forze acquisite a denti stretti, ma di abbandono a Colui che tutto guida, quindi di accoglienza di un dono e non un esito delle proprie forze.
Molti critici ritengono che sia suo il celebre sonetto che, a prescindere dalla disputa sulla paternità dell’autore, rappresenta un vertice della poesia mistica spagnola.
Bisogna con Juan de Avila, dal 1946 Patrono del clero, saper proclamare:
Non mi muove, mio Dìo, per amarti
il cielo che mi hai promesso
né mi muove il tanto temuto inferno,
a lasciare per questo di offenderti.
Tu mi muovi, Signore! Mi muove vederti
inchiodato in una croce e schernito!
Mi muove vedere il Tuo Corpo tanto ferito.
Mi muovono i Tuoi affronti e la Tua morte.
Mi muove, alfine, il Tuo Amore in tal modo,
che, anche se non avessi Cielo, io Ti amerei,
e, anche se non avessi inferno Ti temerei.
Non devi darmi nulla perché Ti ami,
perche, anche se non sperassi quanto spero,
lo stesso che Ti amo Ti amerei.