SIRIA

Una sorte segnata?

Violenta repressione: segnale di debolezza del regime

Sono 136 i morti in una delle giornate più sanguinose degli ultimi mesi in Siria. I carri armati ieri, 31 luglio, hanno circondato Hama, a nord di Damasco, ed hanno sparato contro la popolazione civile. Analoga repressione anche nella capitale ed Homs. E si spara anche oggi. Unanime la condanna della comunità internazionale: Londra ha denunciato un uso della forza ingiustificato, "tanto più scioccante perché alla vigilia del Ramadan" che inizia oggi, 1 agosto. "Sconvolto" il presidente Usa Barack Obama, mentre il segretario generale Onu Ban ki-Moon ha “condannato l’uso della forza contro la popolazione civile”. Condanne sono giunte da Russia, Turchia e Italia, quest’ultima, insieme alla Germania, ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza. Dal canto suo il presidente Assad, in un discorso pronunciato per il 66° anniversario della fondazione dell’esercito, si è complimentato con i militari poiché “hanno dimostrato la loro lealtà al popolo, alla nazione e alla fede". Sui recenti sviluppi della situazione in Siria il SIR ha interpellato Riccardo Redaelli, direttore del Middle East Program del Landau Network – Centro Volta di Como.

La vittoria dei falchi. "In Siria – spiega l’esperto – si mischiano il dato politico, la dittatura al governo, e quello religioso. Bashar Assad appartiene, infatti, alla minoranza alauita. Ora all’interno dell’attuale leadership appare chiaro che si sono confrontate due posizioni, una di chiusura totale al processo di riforme e favorevole alla repressione, ed un’altra di apertura che cercava di trovare un accordo con le opposizioni. Alla luce di quanto accaduto il 31 luglio è evidente che a vincere sono stati i falchi. I fautori della linea dura, così facendo, hanno reso di fatto impossibile ogni mediazione obbligando Assad a giocarsi adesso il tutto per tutto". La conseguenza più diretta di questa scelta potrebbe essere "la repressione ad oltranza nella consapevolezza che, se a vincere sarà la protesta, il regime sarà spazzato via aprendo la strada a ritorsioni contro la minoranza". "È utile segnalare – afferma Redaelli – che il regime punta anche a sottolineare i pericoli del settarismo che sono reali, ma il suo comportamento non fa che accentuarli".

La Siria come la Libia? Un quadro che sembra accomunare la Siria di Assad alla Libia di Gheddafi, con conseguenti rischi di interventi militari esterni, vedi Nato, sui quali il segretario generale della stessa Alleanza atlantica, Anders Foghb Rasmussen si è detto scettico. Dello stesso avviso anche il direttore del Middle East Program del Landau Network per il quale "la Siria è un caso più complicato della Libia". La caduta della Siria, infatti, avrebbe "ripercussioni pericolose per tutta la regione, già instabile, si pensi al Libano, all’Iran, al conflitto israelo-palestinese. A nessuno conviene comportarsi come contro Gheddafi, una preda più facile di Bashar Assad". Tuttavia la dura repressione messa in atto dal leader siriano potrebbe far cambiare gli equilibri nella comunità internazionale che per ora ha solo condannato la violenza e comminato sanzioni contro il regime. "Fino a pochi giorni fa – rimarca Redaelli – Mosca, storico alleato della Siria, e Pechino non avevano nessuna voglia di portare il file siriano al Consiglio di Sicurezza dell’Onu ma adesso dopo tutti questi morti nella repressione non sarà più possibile continuare a fingere una sostanziale indifferenza". In questo scacchiere, inoltre, si muove, quale potenza regionale, anche la Turchia che con la Siria ha una serie di interessi e strategie che, però, non le stanno impedendo di prendere le distanze proprio a causa della repressione. Il versante turco-siriano è da seguire poiché si tratta di un gioco a due che potrebbe coinvolgere l’Iran e il Libano".

Paura del dopo. Sul versante interno, anche a fronte di alcune riforme annunciate da Assad, la minoranza cristiana, ed in particolar modo i vescovi del Paese, sembra sostenere il regime. Il timore è quello che ogni cambiamento in Siria potrebbe ritorcersi contro la minoranza cristiana che si attesta intorno al 5% della popolazione, un milione di persone su 21 milioni di abitanti, al 90% musulmani. "La minoranza cristiana – puntualizza Redaelli – non appoggia un regime crudele e dispotico come quello di Bashar Assad, né tantomeno la repressione violenta che sta conducendo. Tuttavia sa bene che, come già accaduto in Medio Oriente, la caduta di un regime dispotico non porta alla democrazia ma al settarismo e alla conseguente ascesa del fondamentalismo islamico che ha tra i suoi obiettivi la cacciata delle minoranze, in particolare quella cristiana". Gli esempi di Iraq ed Egitto, dove i cristiani sono presi di mira, sono ben noti. "In Siria – ricorda l’esperto – il rischio è lo stesso: se dovessero prevalere le tribù sunnite a rischio sarebbe la vita delle comunità cristiane. La Siria, non dimentichiamolo è l’ultimo dei grandi Paesi arabi in cui i cristiani non subiscono gravi persecuzioni. È comprensibile, pertanto, una posizione come quella assunta dai vescovi del Paese, che non è di difesa del regime ma di paura del dopo". Con i fatti di Hama l’incognita sul futuro del Paese è ancora più pesante. Redaelli ne è convinto: "tutte le soluzioni sono possibili, ma al momento pare difficile un crollo repentino del regime. Non ci sono segnali in questo senso, anche se si registrano tensioni tra i soldati. Il regime non sembra frammentato, l’esercito corrisponde agli ordini impartiti. Ma non sono certo che Assad abbia la capacità di reprimere nel sangue la protesta. Il regime oggi è molto più debole e la sua sorte appare segnata".