CORNO D'AFRICA
Gli interventi e le raccomandazioni della Caritas
Anche il Sud Sudan, il nord dell’Uganda, e la Tanzania sono a rischio per la drammatica carestia nel Corno d’Africa, la peggiore degli ultimi 60 anni, che colpisce oltre 11 milioni di persone, soprattutto bambini. Lo riferisce Caritas italiana, ricordando che alcune zone del Sud Sudan (Lakes, Northern Bahr El Ghazal, Eastern Equatoria, Warrap e alcune parti nel Cental Equatoria) hanno avuto piogge irregolari con ripercussioni sui raccolti. Complessivamente ammonta a circa 11 milioni l’impegno attuale della rete Caritas nel Corno d’Africa nell’ambito della sicurezza alimentare, con la distribuzione di cibo e sementi, l’igiene e l’approvvigionamento di acqua potabile. Tutta la rete Caritas è impegnata nello sviluppo di un piano di azione di medio periodo. Oltre all’aiuto d’urgenza, prevede anche un sostegno alla ripresa delle attività agricole. La Cei ha dato un milione di euro, in risposta all’appello del Papa all’Angelus di domenica 17 luglio. Caritas italiana, già impegnata nel Corno d’Africa, ha messo a disposizione un primo contributo di 300.000 euro, è in costante contatto con le Caritas in loco e ha lanciato una raccolta fondi nazionale (www.caritasitaliana.it). A breve sarà lanciato anche un appello d’emergenza internazionale, pari a 20 milioni di euro, come spiega al SIR Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale di Caritas italiana.
La comunità internazionale ha stanziato dei fondi e cominciato ad inviare aiuti umanitari. Un impegno sufficiente?
“Probabilmente le cifre necessarie sono sottostimate, se è vero, come dicono le stime, che è la più grave siccità degli ultimi 60 anni in Africa, in un territorio molto vasto e in una zona già estremamente provata da guerre o altri gravi problemi. Sarà necessario lavorare anni per far fronte alla carestia ed evitare la perdita di vite umane. Poi dovrà essere fatta una politica diversa in termini di rispetto della Convenzione Onu contro la desertificazione, con un impegno maggiore in ambito rurale, senza strumentalizzare questa situazione inviando sementi Ogm, rischiando di creare dipendenza. Su questo punto la Chiesa del Kenya, ad esempio, è molto contraria. Bisogna fare un intervento qualitativo e quantitativo per il bene di questi popoli e non per nostri secondi fini”.
Come verificare che i soldi vadano nelle mani giuste e siano utilizzati bene?
“È il tema dell’efficacia degli aiuti. Secondo noi bisogna coinvolgere soprattutto le basi: non solo i governi e i politici, ma anche gli enti locali, le società civili, per una capillarità della presenza e per il coinvolgimento dei contadini, dei villaggi, delle comunità rurali. L’intervento deve essere ben pianificato e partecipato”.
È una crisi difficile da gestire?
"È più complessa in termini di coordinamento perché coinvolge molti Paesi, più dello tsunami. Serve uno sforzo enorme, per avere criteri di intervento comuni".
Anche perché in Somalia le milizie islamiche “Shabaab” continuano a vietare l’ingresso delle organizzazioni umanitarie. Come intervenire?
“In qualche modo, anche se sono gocce nel mare, riusciamo ad intervenire. Caritas, pur tra moltissime difficoltà, è attiva nelle zone di Lower Juba e Mogadiscio per la distribuzione di cibo e acqua e, attraverso partner locali, sta pianificando un intervento di distribuzione di 1.200 tende per gli sfollati, nel Sud. Attualmente gli interventi in atto della rete Caritas in Somalia ammontano a circa 715.000 euro. Ma se non verranno aperti corridoi umanitari, che siano effettivamente garantiti e mantenuti per molti mesi, in Somalia ci sarà una catastrofe umanitaria. Lì saranno necessari interventi per molto tempo. Il problema più grande è che l’epicentro della crisi è proprio in Somalia, che è il Paese peggiore al mondo in termini di sicurezza. Anche a livello politico è difficile intervenire: non essendoci un vero governo, bisognerebbe parlare con tutte le componenti del conflitto e fare accordi con tutti, rischiano di dover cedere a compromessi”.
Che visibilità ha questa crisi umanitaria sui mass media?
“I grandi media mainstream l’hanno già dimenticata. La notizia è stata lanciata solo quando ne ha parlato il Papa all’Angelus e con l’appello della Fao, ma per noi la crisi esisteva già da prima. Ma se scende l’attenzione mediatica si riduce anche quella politica. Perciò la responsabilità dei media è almeno pari a quella della politica”.
Quali saranno i prossimi passi della rete Caritas?
“Si sta compiendo un grande piano di aiuti complessivo per il primo trimestre che dovrebbe ammontare a 20 milioni di euro per i 5 Paesi più colpiti (Somalia, Gibuti, Etiopia, Kenya ed Eritrea) e i 3 Paesi a rischio (Uganda, Sud Sudan e Tanzania). L’emergency appeal dovrebbe arrivare a breve. Forse potrebbero essere lanciati otto appelli diversi, uno per ciascun Paese, perché alcuni sono indietro nella scrittura del progetto”.