DOMENICO TARDINI
Cinquant’anni fa la morte del segretario di Stato di Giovanni XXIII
"Cari figliuoli: una parola. Questa mattina, di buonissima ora, l’Angelo della morte è entrato nel palazzo apostolico e s’è portato con sé il cardinale segretario di Stato Domenico Tardini, che era l’aiuto più vicino e più forte del Papa nel governo della Santa Chiesa. Pensate come il cuor nostro sia afflitto…". Fu Giovanni XXIII a dare l’annuncio domenica 30 luglio 1961, all’Angelus di mezzogiorno in Piazza San Pietro.
Se ne era andato il suo più stretto collaboratore, colui al quale papa Giovanni aveva confidato per primo l’idea del Concilio, ricevendone l’immediata e convinta adesione, e che poi sarebbe stato uno dei principali artefici della fase ante-preparatoria del grande evento ecumenico. C’era un rapporto di singolare confidenza tra Giovanni XXIII e mons. Tardini. Entrambi di umili origini, entrambi avevano studiato al Seminario Romano, li accomunava la semplicità e la schiettezza nei modi, la concretezza unita a buon senso nel pensiero, nelle parole e nell’azione. Una comunanza di carattere che qualche volta sfociava nel contrasto, ma sempre benevolo. Nato a Roma nel 1888, il 29 febbraio, Tardini era il classico esemplare del sacerdote romano di vecchio stampo, come i non pochi che sono rimasti nel cuore e nella memoria popolare. Solido nell’aspetto; il viso rude ma bonario; spirito arguto, pronto alla battuta accentuata dal romanesco anche ironica, anche caustica, mai astiosa; burbero, a volte brusco, se qualcuno lo faceva inquietare. Lontano, insomma, dal cliché del diplomatico e dell’uomo di curia, incarichi che pure seppe assolvere in sommo grado e con i riconoscimenti di tre pontefici. Del resto lo diceva lui stesso che nella vita gli era toccato far di tutto tranne ciò che avrebbe desiderato. Il suo desiderio sarebbe stato restare, da prete, in mezzo alla gente, in mezzo ai giovani, magari in una parrocchia della desolata periferia romana, come quella di Porta Furba dove aveva esercitato il suo primo ministero e aveva abitato prima di trasferirsi in Vaticano. Tanto deciso a restar prete da rinunciare, insieme a Giovanni Battista Montini, quando già entrambi erano pro-segretari di Stato (Tardini per gli Affari straordinari, Montini per gli Affari ordinari), alla nomina a cardinale decisa da Pio XII. Fu Papa Pacelli a rivelare pubblicamente, fatto insolito nella storia della Chiesa, durante l’allocuzione concistoriale del 12 gennaio 1953, che i suoi due principali collaboratori avevano rinunciato all’onore della porpora. Ma Tardini non poté ricusarla la seconda volta (e così Montini), quando Giovanni XXIII nel 1958, a pochi giorni dalla sua elezione, lo designava segretario di Stato. Anche da cardinale Tardini amava recitare un sonetto, abbastanza scherzoso sui porporati, di Giuseppe Gioacchino Belli, il poeta romanesco di cui era estimatore. Il suo autore preferito era, però, Manzoni, del quale conosceva a memoria i Promessi Sposi. La sua santa prediletta Teresa di Lisieux.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, nel 1912, aveva insegnato teologia sacramentale e liturgia nell’Ateneo del Seminario romano e nell’Urbaniano di Propaganda Fide. In Segreteria di Stato era entrato nel 1921, senza mai rinunciare al servizio pastorale soprattutto tra i giovani. Nei rapporti con la stampa Tardini aveva inaugurato un nuovo corso, "una vera rivoluzione", come ebbe a ricordare il vaticanista Max Bergerre, allora presidente della Stampa estera in Italia, il quale lo aveva invitato a visitare la sede dell’associazione. Tardini accettò e fu la prima volta che un segretario di Stato compiva un tale gesto. Il cardinale convocò poi la prima conferenza stampa a Villa Nazareth l’istituzione da lui fondata nel 1946 per accogliere gli orfani e, in seguito, gli studenti universitari , nel corso della quale parlò della preparazione del Concilio e rispose alle domande dei giornalisti. Una seconda conferenza stampa fu tenuta poi dal segretario di Stato in Vaticano, pure questa senza precedenti, per presentare un suo libro su Pio XII. Era il 1959 e già Tardini aveva avuto un attacco del male che ne avrebbe piegato la fibra. Inevitabilmente i giornalisti fecero domande sul suo stato di salute, alcuni parlarono di "dimissioni". Tardini commentò: "Lasciateli dire" e, pregato anche da Giovanni XXIII, rimase al suo posto. Il male doveva ripresentarsi più grave nel 1961. L’ultimo impegno del segretario di Stato fu la revisione dell’enciclica "Mater et magistra" pubblicata da Giovanni XXIII nel settantesimo anniversario della "Rerum novarum".
Da pochi giorni a Chianciano, dove si era recato di malavoglia, spinto dai suoi collaboratori a prendersi un po’ di riposo, Tardini volle tornare in Vaticano sabato 29 luglio, su un’autoambulanza, cosciente, ma in preda a una crisi cardiaca. Morì nella prima mattina di domenica 30 luglio 1961. Oltre a Villa Nazareth, ha lasciato altre due opere di carità: una casa per sacerdoti anziani a Frascati e il Carmelo di Vetralla, nei pressi di Viterbo, da lui rifondato per dare una casa alle religiose il cui monastero era rimasto distrutto dalla guerra. È qui che riposano le sue spoglie mortali. A Villa Nazareth, nell’atrio, una statua della Vergine riporta scritto nel basamento il programma dell’istituzione dettato dal fondatore. Sotto, la firma: “Dominicus Tardini, sacerdos romanus”.