CORNO D'AFRICA

Condividere con i sofferenti

Intervista con il card. John Njue, arcivescovo di Nairobi (Kenya)

Il mondo si mobilita per la carestia in Somalia e la siccità in otto Paesi del Corno d’Africa, che minaccia oggi 11 milioni e 300 mila persone, di cui oltre 2 milioni sono bambini. Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per raccogliere 1,6 miliardi di dollari (1,1 miliardi di euro) per “salvare vite umane”, la Banca mondiale ha stanziato 500 milioni di dollari, mentre è partito il primo ponte aereo di aiuti alimentari del Pam (Programma alimentare mondiale) destinato alla Somalia, il Paese più colpito. Qui la situazione è aggravata dall’assenza di un governo centrale, da 20 anni di guerra e dalla presenza dei miliziani islamici Shabab che non facilitano l’assistenza umanitaria. Oggi circa la metà della popolazione somala, pari a 3,7 milioni di persone, ha bisogno di assistenza: la metà di loro sono bambini sotto i 18 anni, di cui uno su cinque ha meno di 5 anni. Dall’inizio dell’anno sono già morti più di 400 bambini, per una media di 90 bambini deceduti ogni mese. Gran parte delle persone colpite dalla siccità in Somalia, Etiopia e Kenya sono pastori e nomadi, che hanno visto morire il bestiame, loro unica fonte di sopravvivenza. Migliaia di loro si sono riversati nei campi profughi di Dadaab, in Kenya, dove in media arrivano ogni giorno circa 1.300 somali, e di Dollo Ado, in Etiopia. Sulla situazione in Kenya abbiamo parlato con il card. John Njue, arcivescovo di Nairobi e presidente della Conferenza episcopale del Kenya, a Roma per incontrare i vertici di Caritas italiana. Caritas Kenya lavora soprattutto nel Nord del Paese, dove centinaia di migliaia di profughi sono ammassati dentro e fuori il campo di Dadaab. Caritas Kenya distribuisce cibo e acqua, con un budget totale di 3.200.000 euro.

Com’è la situazione in Kenya?
"È una situazione abbastanza preoccupante perché dai Paesi vicini arrivano sempre più profughi. Non si sentono sicuri nei loro Paesi a causa dei conflitti. Ma ciò che ci preoccupa di più è ora la grande fuga a causa della siccità e della carestia. Se vengono da noi vuol dire che trovano accoglienza. Ma non è del tutto facile sostenerli. Anche i nostri contadini sono stati colpiti".

Siete intervenuti anche al campo profughi di Dadaab, nel Kenya del Nord?
"Al campo di Dadaab il governo keniano ha inviato i propri ministri e rappresentanti. Sono andati anche alcuni operatori della Caritas e hanno preparato un piano di intervento. Come Chiesa, tramite la Caritas, abbiamo appena lanciato una raccolta fondi. Nel frattempo la Croce Rossa e le parrocchie vicine al campo stanno cercando di fare il possibile per dare alimenti e beni di prima necessità".

Con quale spirito affrontate questa grave emergenza?
"Per noi è una sfida che ci richiama alla responsabilità, al dovere di aiutarli e salvaguardarli non solo da un punto di vista politico ma umano. È una responsabilità di tutto il popolo. Come Chiesa stiamo cercando di vedere cosa fare per aiutarli. È una opportunità per mostrare la nostra vicinanza ai sofferenti. Non bisogna lasciare solo le responsabilità nelle mani dei governi. È il momento di stendere la mano e condividere quello che abbiamo, anche se poco, con i sofferenti".

La comunità internazionale ha stanziato fondi e inviato aiuti. È fiducioso?
"Sono situazioni molto difficili da valutare immediatamente. So che molti organismi internazionali hanno espresso la loro volontà di partecipare e penso che le cose potranno andare avanti bene. Mi sembra che ci sia interesse, anche da parte di vari governi. Sono fiducioso".