TUNISIA
Incontro con l’arcivescovo Maroun Lahham
Ma questa "primavera araba" è reale oppure no? "Come no! La Tunisia è un laboratorio per la democrazia e i diritti umani. Se riesce qui, si propagherà in tutti i Paesi del mondo arabo". Esplode con una esclamazione e una affermazione convinta mons. Maroun Lahham, arcivescovo di Tunisi da sei anni, palestinese di origine ma nato in Giordania, per 11 anni rettore del seminario di Gerusalemme. Lo incontriamo in arcivescovado, a pochi metri dalla cattedrale e dalla famosa avenue Bourghiba, la stessa dove è esplosa e si è affermata la "rivoluzione dei gelsomini", la prima del mondo arabo, che il 14 gennaio 2011 ha visto cadere il regime di Ben Ali dopo 23 anni di dittatura, per dare l’avvio alla cosiddetta "primavera araba". Il profumo dei gelsomini è ancora nell’aria, insieme all’ottimismo e alla fiducia in un futuro di libertà e democrazia, e alla orgogliosa consapevolezza che un popolo può, se vuole, agire pacificamente per cambiare il corso della storia. Il 23 ottobre i tunisini andranno alle urne per eleggere i delegati che dovranno stilare la nuova Costituzione, il nuovo presidente e il nuovo governo, in un processo verso la democrazia che si annuncia lungo e non privo di incertezze (si contano almeno 105 nuovi partiti). I 22.000 cattolici di Tunisi (l’80% provengono dall’Africa sub sahariana, solo una trentina sono tunisini), seppur stranieri, condividono le stesse attese del popolo. A loro mons. Lahham ha indirizzato una lettera pastorale in vista delle prime elezioni democratiche. Gli abbiamo anche rivolto alcune domande.
Mons. Lahham, cosa si aspetta dalla "primavera araba" e tunisina?
"La Tunisia è un laboratorio per la democrazia e i diritti umani. Se riesce qui si propagherà in tutti i Paesi del mondo arabo. Anche se in realtà è una primavera soprattutto tunisina ed egiziana. Negli altri Paesi, come in Siria, Libia, Yemen, per ora sta risultando difficile. La primavera araba avrà successo finché apparterrà alla gioventù e senza che altre potenze mettano il naso per il petrolio o altri interessi".
Il riferimento è ovviamente al conflitto in Libia. Cosa ne pensa?
"Non ho ancora capito perché i ribelli hanno preso le armi fin dal primo giorno. In Tunisia la rivoluzione ha avuto successo perché è stata pacifica. Gheddafi è più duro con i negoziati che con le armi. E come stiamo vedendo, è difficile vincere una battaglia solamente dal cielo".
La Tunisia di cosa ha bisogno in questo momento?
"In Tunisia non abbiamo petrolio. Allora bisogna aiutare l’economia. Prima della rivoluzione venivano 7 milioni di turisti l’anno. Quest’anno c’è stato un calo del 60%. Inoltre molte ditte hanno chiuso e c’è tantissima disoccupazione giovanile. Servono investimenti stranieri per aumentare l’occupazione. Più ci si apre all’Occidente e alla modernità più si allontana il rischio di fanatismi islamici".
Cosa pensa dei rimpatri dei tunisini che sbarcano in Italia?
"L’opinione pubblica tunisina ovviamente non è favorevole. Moralmente e cristianamente parlando non si dovrebbero fare. L’accoglienza, soprattutto nel mondo arabo, è sacra. Questi giovani partono perché ci vorranno ancora molti anni prima che l’economia tunisina si riprenda, e loro non possono aspettare. Vogliono costruirsi una vita e sostenere le famiglie in difficoltà. Ricordiamo che finchè nel mondo ci saranno i ricchi e i poveri, i poveri vorranno sempre andare dai ricchi".
È possibile sognare
I cattolici nel passaggio faticoso dalla rivoluzione alla democrazia
“Il nostro primo desiderio è di vedere il Paese finalmente in una situazione di democrazia. Poiché fare una rivoluzione è una cosa, riuscire nella transizione democratica è un’altra”. Lo scrive l’arcivescovo di Tunisi, mons. Maroun Lahham, in una lettera pastorale diffusa in questi giorni nella sua comunità, che porta la data del 24 luglio 2011.
La lettera pastorale in vista delle elezioni. “Ho scritto quella data – precisa al SIR – per mandare un messaggio simbolico: è il giorno in cui si sarebbero dovute tenere le prime elezioni democratiche, poi rinviate al 23 ottobre. Siamo quindi in una situazione di attesa della nuova Tunisia”. Nella lettera di 20 pagine intitolata “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5), l’arcivescovo ripercorre la “rivoluzione dei gelsomini” e la caduta del regime di Ben Ali, il 14 gennaio scorso, cercando d’individuare le nuove sfide per la Chiesa cattolica in Tunisia e per il Paese. “Le grandi tappe della transizione democratica – osserva – devono ancora arrivare: l’elezione della Costituente il 23 ottobre, la stesura della nuova Costituzione (un anno?), il referendum (?) sulla nuova costituzione, le elezioni legislative e presidenziali… almeno un minimo di due anni. Non importa. Due anni non sono nulla nella storia di una nazione, soprattutto quando si tratta di un cambiamento così radicale che desidera la Tunisia e che desideriamo anche noi”. Questo “stato d’attesa – aggiunge – ci permette di pensare in tutta libertà, di sperare, auspicare, addirittura sognare, ma sempre in uno spirito positivo e ottimista, nonostante le difficoltà, le incertezze e le sorprese che conoscerà il Paese, noi compresi, durante questi lunghi mesi di ‘transizione'”. Tra gli auspici espressi da mons. Lahham, “che i tunisini sappiano resistere alla tentazione del dominio, del denaro, del possesso e del guadagno personale”. Inoltre, precisa, “noi siamo certamente per la separazione della ‘Moschea e dello Stato’, ma affermiamo ad alta voce che una società democratica sana deve avere come base dei valori con una radice religiosa (libertà, rispetto, pace, uguaglianza, opzione preferenziale per i poveri, solidarietà)”. La Tunisia, in questo senso, può ispirarsi alle radici cristiane dell’Europa richiamate spesso dai Papi. Perciò auspica “che la nuova Tunisia possa trovare una felice soluzione per ciascuna delle aspirazioni spirituali e religiose dei suoi cittadini e ospiti” (i cristiani sono complessivamente 30 mila); “che la nuova Tunisia viva al tempo stesso la transizione democratica e l’appartenenza al mondo arabo musulmano”; “che trovi il modo per conciliare la fedeltà al Dio unico alle sfide della modernità”; “che possa affrontare gli eventuali pericoli, le derive e le pressioni interne ed esterne”. “Dalla rivoluzione tunisina conclude mons. Lahham impariamo che i piccoli sono all’origine del rinnovamento, proprio quelli che erano considerati ‘senza saggezza’, ‘senza ideologia’ ma che hanno una grande sete di conoscere, di aprirsi e un grande desiderio di spiritualità personale. È sicuramente una prima volta nel mondo arabo musulmano”.
Una richiesta, più sorveglianza davanti alle chiese. In questi giorni è stato arrestato in Tunisia un uomo sospettato di aver tentato d’incendiare una chiesa cattolica e una scuola gestita da religiose a Sousse, a 160 chilometri da Tunisi. Gli episodi sono accaduti il 24 giugno e il 9 luglio scorso. Mons. Lahham ha incontrato il primo ministro tunisino per chiedere la presenza di un poliziotto in ognuna delle undici chiese della Tunisia. “Siamo contenti dell’arresto ma vogliamo evitare ulteriori rischi”, precisa l’arcivescovo, che racconta: “Due mesi fa il parroco di Sousse ha trovato davanti alla chiesa un biglietto: c’era scritto in arabo ‘Vendetta per i miei figli’. Un mese dopo lo stesso biglietto è stato messo davanti alla scuola cattolica. Successivamente sono stati appiccati i due incendi, che fortunatamente hanno fatto pochi danni. Io ho chiesto alle autorità di agire per individuare i responsabili e garantirci maggiore sicurezza”. Secondo quanto reso noto dal ministero dell’interno tunisino, l’uomo arrestato soffre di problemi psichici in seguito a due espulsioni dalla Francia, due matrimoni falliti con donne francesi e il conseguente divieto di vedere i figli. Mons. Lahham non vede rischi di atti fondamentalisti contro i cattolici, “ma in questo delicato periodo di transizione è meglio cautelarsi da eventuali pericoli”.
Nuovi flussi alla frontiera con la Libia. Intanto aumenta di nuovo, in Tunisia, il flusso di profughi dalla Libia tramite il varco di Ras Jedir. Dopo una leggera diminuzione dei flussi la settimana scorsa, le persone in fuga dalla Libia – informano fonti locali – erano oltre 7 mila martedì, e ancora di più mercoledì. La frontiera è stata presa d’assalto da famiglie libiche, in particolare donne e bambini che transitano per la cittadina di Ben Guerdane e raggiungono familiari e amici a Zarzis e Djerba. In Tunisia sono circa 120 mila i libici che hanno cercato accoglienza a causa del conflitto e ancora vivono qui. Altri 330 mila profughi stranieri sono stati rimpatriati. Alcune famiglie libiche di Zaouia raccontano di essere fuggite perché nella loro città manca acqua ed elettricità. Il porto di El Keft a Ben Guerdane accoglie anche qualche lealista dissidente che arriva via mare. Intanto, a causa dell’aumento dei flussi di profughi libici, nella zona scarseggiano zucchero e latte. La canicola di questi giorni ha reso la vita infernale soprattutto ai circa 2.500 profughi del campo di Echouca, dove vivono principalmente africani subsahariani e che vede in particolare gli anziani a rischio disidratazione. Qui la temperatura raggiunge spesso i 50 gradi all’ombra.