CRISI E LAVORO
Milano: presentato il Rapporto Abrosianeum 2011
Non è una speranza vana quella di uscire dalla crisi, ma occorre darle gambe perché diventi realtà. È questo in sintesi il messaggio lanciato oggi dal "Rapporto sulla città Milano 2011" promosso dalla Fondazione Ambrosianeum e realizzato da Rosangela Lodigiani, con presentazione di Marco Garzonio e postfazione di Marco Vitale.
Nonostante la crisi. La disoccupazione permane, le condizioni di lavoro peggiorano, cresce il numero di milanesi a rischio povertà, la casa è sempre di più un sogno. Questi gli elementi negativi, a cui fanno da controcanto la fiducia dei giovani nella città nonostante le delusioni, il risveglio di una partecipazione diffusa che pone su basi nuove il rapporto tra società civile e governo locale, una creatività sociale crescente con esperienze come l’housing sociale e il terzo settore. "Il lutto non è ancora stato elaborato. La città (l’intero Paese sarebbe da dire) ha creduto di superare le difficoltà decapitando un’intera classe dirigente ha affermato il presidente della Fondazione Ambrosianeum, Marco Garzonio e liquidando in modo spesso ignominioso le strutture attraverso cui si era espressa. In realtà non ci si è resi conto o non si è voluto comprendere che Tangentopoli fu un sintomo, ma non costituiva la malattia".
Tra infiltrazioni e occupazione lenta. Per questo, secondo Garzonio, non sono stati fatti dei passi avanti, perché "ancora oggi siamo a fronteggiare i sintomi e non la malattia. Ce lo dice la denuncia reiterata e autorevole della nuova minaccia all’efficienza e alla trasparenza della vita istituzionale, civile ed economica: le infiltrazioni mafiose". Altro allarme, secondo la curatrice Rosangela Lodigiani, è "la ripresa occupazionale lenta e segnata da indicatori di ulteriore flessibilizzazione e precarizzazione. A ciò si aggiunge l’effetto di scoraggiamento della componente femminile, registrato dal calo del tasso di attività e la difficoltà a valorizzare il capitale umano dei giovani". La possibile soluzione individuata nel rapporto per risolvere la piaga della disoccupazione giovanile potrebbe essere un ripensamento della flessibilità, proprio con riguardo ai giovani: "Non è in sé la flessibilità ad essere ostativa ha aggiunto Lodigiani ma il modo in cui è accompagnata. La temporaneità dei contratti d’ingresso e la loro bassa retribuzione possono innescare un processo di svalutazione sociale del lavoro giovanile laddove non sia chiara la valenza formativa di acquisizione di una professionalità e di tale opportunità d’impiego". In tal senso, dunque, "occorre dare valore e qualità al lavoro".
Big Society ambrosiana. Allora è necessario guardare alla crisi non solo in chiave di ripensamento delle modalità contrattuali lavorative, ma anche andando a ripensare gli interventi per le fasce più vulnerabili della città. Il Rapporto lancia la proposta di una Big Society, sulla scia di quella elaborata nell’Inghilterra di David Cameron, ma in "salsa" ambrosiana. "La novità della Big Society si legge nel documento non è affatto una novità per Milano (né per l’Italia e ancor meno per una regione come la Lombardia). Assicurare maggior potere di autonomia e partecipazione attiva alla società civile, ovvero alla comunità locale, alle realtà associative, al no profit, agli enti filantropici, insomma alle varie espressioni della società civile stessa". Ma il proprium ambrosiano sta nel "mix di responsabilità tra gli attori che compongono il cosiddetto ‘diamante del welfare’: Stato, mercato, famiglia e associazioni intermedie". Nel "rapporto dinamico" tra di essi "si forgiano i diversi modelli di welfare".
Quello che già esiste a Milano. Come lavorano dunque le strutture milanesi del terzo settore per proporre delle attività di contrasto alla povertà? Luca Pesenti e Gisella Accolla, rispettivamente direttore dell’Osservatorio regionale sull’esclusione sociale e ricercatrice dello stesso istituto, hanno cercato di censire gli enti che sono operanti nell’offerta di servizi gratuiti per il contrasto della povertà: 1.600 quelli attivi, di cui 352 nella sola Milano (due anni fa erano 277) perché molti hanno un bacino sovracomunale. Si tratta soprattutto di associazioni riconosciute, comitati o gruppi, fra cui la Caritas. In uno scenario in cui è cresciuto il numero degli assistiti: 135 mila nel corso del 2010 (il 10,3% della popolazione residente); prevalentemente coppie con figli minori (42,4%) e famiglie monogenitoriali (28,8%) con figli. Ai primi posti ci sono le povertà per perdita di lavoro così è per il 73,7% degli enti – e quelle causate da reddito insufficiente per i bisogni familiari (75,7%). Seguono i problemi di ordine psichico e sociale e quelli abitativi.