NUOVI BEATI

Luminosi testimoni

Oggi a Milano: don Serafino, p. Clemente e suor Enrichetta

“Lodiamo il Signore per questi luminosi testimoni del Vangelo”. Benedetto XVI, dopo l’Angelus domenicale, ha ricordato così i nuovi beati, tra cui i milanesi don Serafino Morazzone (1747-1822), “parroco esemplare nel lecchese tra XVIII e XIX secolo”, p. Clemente Vismara (1897-1988), “eroico missionario del Pime in Birmania”, e suor Enrichetta Alfieri (1891-1951), suora della Carità, “detta ‘angelo’ del carcere milanese di San Vittore”. La beatificazione dei tre è avvenuta stamattina in un’affollata piazza del Duomo, a Milano.

Presenze vive da imitare. “Campioni della santità”, “modelli di vita buona secondo il Vangelo” li ha definiti il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, che ha presieduto il rito di beatificazione. Essi, ha precisato, non sono “nature morte da contemplare, ma presenze vive da ammirare e imitare. Sono tre battezzati che, rispecchiando la santità di Cristo, immettono nella Chiesa e nella società benefiche energie spirituali”. Il prefetto della Congregazione vaticana ha ricordato don Morazzone come “una sorta di Curato d’Ars ante litteram”, “modello di parroco secondo il cuore di Cristo: povero, buono, misericordioso e servizievole, tutto dedito ai suoi fedeli, grandi e piccoli, sani e ammalati, buoni e cattivi”. Suor Enrichetta Alfieri, invece, “fu una mamma per i detenuti comuni e politici del grande carcere milanese” e “la sua carità rese umana la convivenza in quel penitenziario trasformato dai nazisti in una bolgia infernale”. Infine p. Vismara, “missionario entusiasta, intraprendente e santo”. “Questi nostri tre beati – ha aggiunto il card. Amato – sono riflessi della bontà di Dio, ma anche frutti maturi della civiltà dell’amore che ha reso celebre nel mondo la nostra patria”.

La “profonda relazione” con l’eucaristia. Celebrando la Messa solenne, l’arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, ha innanzitutto fatto memoria di un’altra beatificazione, avvenuta sempre in piazza del Duomo: quella di don Carlo Gnocchi, dalla quale “non è trascorso molto tempo”. Il cardinale, nel giorno in cui la Chiesa celebra la solennità del Corpo e Sangue di Cristo, ha poi letto il “cammino di santità” dei tre nuovi beati attraverso la lente della “profonda relazione” che li legava all’eucaristia, “amata, celebrata e vissuta ogni giorno”. “Nutrendosi del Corpo di Cristo – ha affermato – essi hanno trovato l’energia per superare ogni avversità”. Così p. Vismara: “Nutrito di Cristo il fervente missionario non risparmiava se stesso ma si donava con gioia”. E “con la stessa gioia la beata Enrichetta – ‘l’Angelo’, la ‘Mamma’ di San Vittore –, nella disumanità del carcere portava la dolcezza dell’amore”. “Nel momento terribile della prigionia, ella non lasciò prevalere la disperazione, ma si affidò alla preghiera”. “Anche l’umile e generosa fedeltà alla piccola parrocchia di Chiuso di Lecco del beato Serafino Morazzone – ha proseguito l’arcivescovo – si alimentava alla quotidiana celebrazione della santa Messa, nella quale ‘il buon Curato’ raccoglieva – con la preghiera attribuita a sant’Ambrogio e che recitava ogni giorno prima di salire all’altare – ‘le tribolazioni degli uomini, le tensioni dei popoli, il gemito dei prigionieri, le sofferenze degli orfani, le necessità dei pellegrini, l’indigenza dei poveri, la disperazione dei sofferenti, la debolezza degli anziani, le aspirazioni dei giovani, i voti delle vergini, il pianto delle vedove, i desideri di ogni uomo’”.

Messaggio sempre attuale. “I nostri tre beati – ha precisato il card. Tettamanzi – intuivano in profondità che sull’altare è deposto il mistero del Corpo di Cristo, le cui membra siamo tutti noi”. “Il beato Serafino non pensò mai di lasciare la sua gente, anche quando gli proposero di ‘fare carriera’ in posti migliori. La parrocchia di Chiuso era tutto per lui: corpo e vita. Non gli interessavano gli onori, se non quello di servire Dio e i fratelli con umiltà e amore. Suor Enrichetta condivise con le detenute la dura vita del carcere in fedeltà al carisma delle suore della Carità di santa Giovanna Antida Thouret, realizzando il proposito di cercare sempre e con amore il più povero e quello che la faceva sentire sposa di Gesù, povero per lei. Padre Clemente sentì come sue stesse membra le famiglie che gli chiedevano il dono del Battesimo per condividere la fede nell’unico Dio e poi i tantissimi bambini che gli erano affidati perché li salvasse”. “Formare l’unico Corpo di Cristo”, ha proseguito l’arcivescovo, è “il messaggio sempre attuale che ci viene dai tre beati”. “La grazia sorprendente dell’Eucaristia, l’amore gratuito di Dio che non cessa di farsi dono” ha concluso, continuano “a esercitare una misteriosa forza d’attrazione anche in un mondo, come il nostro, apparentemente distratto e indifferente, ma in realtà assetato di riconciliazione e di unità, bisognoso di quella carità semplice e concreta che sa trasfigurare la normalità del quotidiano nella piccolezza di un sorriso, di un gesto d’amicizia, di una parola di consolazione”.