UNIONE EUROPEA
In vista dell’audizione del 14 giugno dinanzi al Pe
I grandi obiettivi di lungo periodo crescita, occupazione, conti pubblici sani ovviamente convergono, ma le strade per raggiungerli appaiono per certi aspetti differenti. L’Unione europea è impegnata, ormai da quasi tre anni, a contrastare le crisi economica e i suoi effetti; tutte le sue istituzioni, ciascuna secondo le proprie competenze, sono mobilitate in tale direzione. Ma se la Commissione e l’Europarlamento si sentono investiti soprattutto della difesa dell’interesse comunitario, il Consiglio, che rappresenta gli Stati membri, tende spesso a essere la somma di linee divergenti, espressione, appunto, dei voleri di Berlino piuttosto che di Parigi, di Londra o di Roma, di Varsavia, Atene, Bucarest o Stoccolma. Tra le istituzioni più propriamente politiche si colloca poi la Banca centrale di Francoforte, guardiana dell’euro, alfiere della stabilità dei prezzi.
Proprio in questa veste si è presentato agli eurodeputati Mario Draghi, attuale governatore della Banca d’Italia e presidente in pectore della Bce, rispondendo in forma scritta alle domande rivoltegli in vista dell’audizione del 14 giugno dinanzi al Parlamento europeo. Tappa obbligata, questa, prima della nomina ufficiale quale successore del francese Jean-Claude Trichet alla testa della Bce, che dovrebbe avvenire al Consiglio europeo del 23-24 giugno.
Draghi ha insistito sulla "continuità" che intende assicurare rispetto alla politica di controllo dell’inflazione, primo e più importante contributo, a suo avviso, che la Banca centrale può dare per tenere sotto controllo i prezzi, dare stabilità alla moneta unica, assicurare un clima favorevole agli investimenti e dunque alla ripresa. Un discorso che non fa una grinza, a maggior ragione se abbinato ad altri punti strategici della linea-Draghi, che invoca rigore nei bilanci pubblici e spera in un dollaro robusto. E tiene sotto la lente d’ingrandimento i debiti di Grecia, Irlanda e Portogallo, ma anche quelli di altri paesi di Eurolandia, nonché il deficit ancora elevato in quasi tutti gli Stati comunitari.
Una strategia del rigore, appunto, che si sposa con la linea indicata dalla Commissione agli Stati Ue mediante le "raccomandazioni" formulate nei giorni scorsi, che a loro volta confluiranno al summit di fine giugno. Budget statali in ordine, contrazione progressiva del debito, tagli alle spese improduttive, riforme di lungo periodo (pensioni, mercato del lavoro), investimenti nella ricerca e nell’innovazione… Senza trascurare e ci mancherebbe altro l’urgenza di creare posti di lavoro e di contrastare le tante sacche di povertà più o meno conclamata che si sono diffuse dal 2008 in poi nei quattro angoli del continente.
Sono dunque settimane cruciali quelle che ha di fronte l’Ue27, chiamata a far confluire sugli stessi binari progetti, attese, interessi, dubbi, indicazioni che vanno emergendo dalle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo e dai 27 governi che compongono il Consiglio. Rischi, resistenze e tranelli non mancano: del resto i mercati finanziari e i competitori mondiali non staranno con le mani in mano in caso di divergenze profonde o di ingiustificati ritardi.