RELIGIONI E UE

Per una "sintesi superiore"

Il 30 maggio a Bruxelles il meeting previsto dal Trattato di Lisbona

È ormai diventato un appuntamento tradizionale e atteso quello fra le istituzioni Ue e i rappresentanti delle principali religioni presenti nel Vecchio continente. L’incontro annuale, fissato quest’anno per lunedì 30 maggio, è espressione dell’articolo 17 del Trattato di Lisbona, che regola un dialogo aperto, strutturato e regolare tra sfera politica europea e “uomini di fede”. Ma, ben al di là del Trattato, esso costituisce un momento sempre apprezzato, libero, a tratti persino informale, in cui esponenti delle istituzioni e vescovi, rabbini e imam, si siedono allo stesso tavolo avendo come prima preoccupazione il bene degli europei.
In tal senso, in passato (gli incontri “ufficiali” si svolgono dal 2005, anche se altri appuntamenti erano stati promossi prima di allora) si è discusso di tematiche vicine agli interessi e ai sogni dei cittadini dell’Unione: la lotta alla povertà, la tutela dell’ambiente e la “difesa del creato”, i giovani e il loro futuro, la promozione della famiglia e della natalità, la conciliazione tra vita professionale e domestica, il volontariato, il sostegno al dialogo tra le culture e le religioni.
Al meeting del 30 maggio a Bruxelles sarà quindi presente una ventina di esponenti di religione cristiana, ebraica, musulmana e buddista, provenienti da 13 Stati membri più Russia e Bosnia-Erzegovina e “si discuterà – come spiega una nota della Commissione –dell’importanza di un’azione in favore dei diritti e delle libertà democratiche sia nell’Ue sia nell’ambito delle politiche di vicinato”. Il riferimento va agli avvenimenti in corso in Nord Africa e in Medio Oriente e, più in generale, al bacino del Mediterraneo, culla delle grandi religioni monoteiste. Per l’occasione, la delegazione cattolica sarà guidata dal cardinale Péter Erdö, presidente Ccee, e da monsignor Adrianus van Luyn, presidente Comece. Per l’Ue saranno presenti il presidente del Consiglio, del Parlamento e della Commissione, ossia Herman Van Rompuy, José Manuel Barroso e Jerzy Buzek.
Proprio in vista dell’appuntamento, sono risuonate interessanti le parole pronunciate dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, che il 27 maggio, nel corso di una conferenza stampa a Roma, ha parlato di “Europa come casa, come famiglia unica”, benché “rispettosa delle diverse tradizioni e storie”. Il porporato, facendo riferimento ai recenti fenomeni migratori dal sud del Mediterraneo, ha auspicato che “il cammino dell’unità europea, nelle sue diverse storie nazionali, trovi una sintesi superiore che sia da una parte rispettosa delle singole popolazioni e delle loro storie e dall’altra anche sufficientemente unitaria per consentire loro di identificarsi e appartenere alla realtà europea”.
È esattamente questa “sintesi superiore” che l’Ue come istituzione politica dovrebbe costruire e rappresentare rispetto ai singoli Stati aderenti, ai popoli, alle culture, alle fedi che “abitano” oggi l’Europa stessa. E le relazioni tra i “volti” della politica e quelli delle Chiese dovrebbero significare, su questa strada, stima e riconoscimento reciproci, autorevolezza, vicinanza alla gente e un comune orizzonte – per il bene delle donne e degli uomini di oggi – tra la polis e il riferimento al trascendente.