GIOVANI E LAVORO
Il rapporto Istat 2010 e le parole del card. Bagnasco
È passato ancora un anno, ma sono ancora una volta i giovani a pagare di più la debolezza del mondo lavorativo italiano.
Il nuovo Rapporto Istat è chiaro: nel 2010 è aumentata la disoccupazione. Il dato preoccupa. Un campanello d’allarme suona dalle stesse parole nella prolusione tenuta oggi dal card. Bagnasco all’Assemblea della Cei: "il lavoro che manca, o è precario in maniera eccedente ogni ragionevole parametro, è motivo di angoscia per una parte cospicua delle famiglie italiane. Questa angoscia è anche nostra: sappiamo infatti che nel lavoro c’è la ragione della tranquillità delle persone, della progettualità delle famiglie, del futuro dei giovani".
A differenza dello scorso anno ora nell’occhio del ciclone sono finiti lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, quelli più protetti. Gli occupati con il posto fisso sono scesi a poco più di 12,8 milioni. Mentre si assiste ad un calo complessivo del 2,2%, il picco più alto è tra 15 ed i 29enni che perdono il 9,8% degli occupati.
Le percentuali tra i disoccupati giovani oscillano sul territorio nazionale. Si va da un giovane occupato su due nel Nord al drammatico "tre giovani su dieci nel Sud", ma i risultati certificano la difficoltà a dare spazio ai giovani all’interno del mondo lavorativo. Lo conferma anche il fallimento dei contratti atipici, che nelle intenzioni dei legislatori avrebbero dovuto facilitare l’inserimento. Invece si riduce il numero di giovani che passano da un lavoro atipico ad uno standard dal 26% al 16%. Oggi più di 1 milione di giovani ha contratti temporanei.
Preoccupa, infine, il continuo aumento dei famosi Neet (Not in education, employment or training). Nell’anno 2010 hanno superato i due milioni: il 22,1% di giovani fuori dai circuiti formativi e lavorativi. Non sono nemmeno disoccupati. “Semplicemente” sono fermi.
I Neet, proprio loro, sembrano il triste simbolo dell’attuale situazione. Essi sintetizzano due fenomeni critici del nostro Paese: "Una repubblica democratica fondata sul lavoro" recita l’Articolo 1 della Costituzione.
In primo luogo emerge l’incapacità di coinvolgere i cittadini, e soprattutto i cittadini più giovani, in un progetto capace di offrire un futuro.
In secondo luogo, forse ancora più grave, si percepisce un senso di sconfitta nella nuova generazione. Una sua parte ha tirato i remi in barca. E mentre sulle sponde del Mediterraneo i giovani scendono in strada nel Magreb chiedendo democrazia e libertà, oppure "si indignano", accampandosi nelle piazze spagnole, il 22% dei nostri è “semplicemente” ferma.
Un Paese in affanno
Occupazione: i dati 2010 non consentono ottimismo
Una perdita secca di 5,2 milioni di occupati tra il 2009 e il 2010 nell’Ue, circa quattro milioni nel solo 2009: è questo il dato pesantissimo che apre il XIX Rapporto annuale sulla situazione del Paese, presentato questa mattina dall’Istat, l’istituto centrale di statistica. La crisi economica e lavorativa, che ha colpito buona parte del mondo industrializzato dopo il tracollo finanziario partito dai mutui subprime americani nel 2008, segna gli orizzonti europei ed italiani in maniera molto pesante. Nei dati illustrati a Montecitorio, alla presenza del capo dello stato Giorgio Napolitano, dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini, emerge che nello stesso periodo sono cresciuti i disoccupati europei: da 16,6 milioni del 2008 a 22,9 milioni del 2010: un balzo di oltre 6 milioni. Anche in Italia c’è stata perdita di occupazione, 532 mila occupati in meno (per un totale di 2,1 milioni), soprattutto nelle regioni settentrionali e meridionali. La situazione italiana è stata "arginata" grazie agli strumenti della cassa integrazione e al part time. Il calo dell’occupazione del 2010 si è concentrato nell’occupazione permanente a tempo pieno (-1,7 %, pari a -297 mila unità). I dipendenti permanenti a tempo pieno sono scesi a 12,8 milioni (-2,2%) e la crisi ha colpito tutte le classi di età (-9,8% i giovani di 15-29 anni, -2,2% gli individui tra 30 e 49 anni), tranne gli ultracinquantenni.
Dove il lavoro è più difficile. A perdere il lavoro sono stati maggiormente uomini e soprattutto del Mezzogiorno, dove il tasso di disoccupazione (13,4% nel 2010) è più che doppio rispetto al Nord. Il periodo di ricerca del lavoro diventa sempre più lungo e la disoccupazione di lungo periodo è passata dal 44,4% del 2009 al 48,4% del 2010. Questo avviene nella gran parte dei paesi Ue. Anche gli "inattivi" aumentano, anche se meno che nel 2009 (+0,9%, pari a 136 mila unità); per il settanta per cento si tratta di donne arrivate nel nostro Paese per ricongiungimenti familiari. Quasi 2 milioni di persone hanno rinunciato a cercare lavoro: secondo l’Istat o perché hanno ritenuto di non riuscire a trovarlo o perché hanno aspettato il risultato di vecchie azioni di ricerca. Alla fine del 2010 torna a crescere il lavoro atipico, quello dei dipendenti a termine e dei collaboratori, salito dell’1,3%, pari a 34 mila unità per i primi e di +101 mila unità (+3,9%) per i secondi. Aumenta anche il part time, ma non per una libera scelta: infatti quello involontario sale al 42,7% dal 39,3% del 2009. In conseguenza della crisi è diventato più difficile anche passare dal lavoro atipico (dal 21,2% del 2008 al 13,9% del 2010) e da quello permanente part time al lavoro permanente a tempo pieno.
Tra deprivazione e povertà. Il capitolo più impegnativo del Rapporto Istat riguarda la "deprivazione familiare", vale a dire la povertà reale o quella potenziale. Si apprende che nel 2010 la deprivazione materiale delle famiglie è rimasta sostanzialmente stabile rispetto al 2009: il dato centrale è che ne soffre il 15,7% sul totale delle famiglie, e si verifica in forma grave per quasi la metà delle famiglie che la sperimentano. È più diffusa tra le famiglie numerose, con cinque o più componenti (25,3%), con tre o più figli (25,6%) e tra quelle che vivono in affitto (33,3%). La percentuale di famiglie "materialmente deprivate" sale al 26,0% nel Mezzogiorno e si attesta al 9,7 al Nord. Quando perde il lavoro un uomo, genitore o coniuge, la probabilità di trovarsi in condizioni di povertà sale al 36,5% dal 28,5% del 2009, prima di perdere il lavoro. Grosse difficoltà per le famiglie anche per mantenere stabile il tenore di vita con la crisi: hanno potuto risparmiare meno nel 19,1% dei casi, hanno intaccato il proprio patrimonio o si sono indebitate (16,2%) e la famiglia ha continuato a svolgere il ruolo di ammortizzatore sociale nei confronti dei giovani senza lavoro e anziani da assistere.
Giovani e donne i più colpiti. Il Rapporto Istat analizza altre voci. Ad esempio, il lavoro degli stranieri che segna un primo calo (disoccupazione dall’11,2 all’11,6%). Poi il lavoro giovanile, che ha visto perdere 300 mila posti nel 2009 e altri 18 mila nel 2010: risultato è che al Nord è occupato un giovane su due, al Sud meno di tre ogni dieci. I giovani tra i 15 e i 29 anni cosiddetti "neet" (non in education, employment or training) cioé che non studiano, non lavorano e non fanno apprendistato, sono 2,1 milioni, una quota che secondo l’Istat è decisamente più alta rispetto agli altri Paesi europei. Peggiora anche la qualità del lavoro per le donne, con espulsioni, aumento del part-time, difficoltà a rientrare in azienda dopo il parto, sovraccarico di lavoro di cura oltre a quello fuori casa. Resiste la rete di aiuti familiari e informali, ma con sempre meno ricambi per il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione. Il sostegno economico maggiore di tipo pubblico è al Nord-est, mentre nel Mezzogiorno gli aiuti sono più modesti, per il numero di richiedenti più elevato. Il dato si evince dalle spese dei comuni per i servizi sociali, in media 111 euro pro-capite, che in Calabria si attestano a 30 euro e in provincia di Trento a 280 euro. Idem la spesa per disabili, in media di 2500 euro, ma al Sud di 658 euro e al Nord-est fino a 5.075.