FRAGILITÀ E CITTÀ

La cura dell’altro

La dimensione pubblica della fede e della carità

“La fragilità è un aspetto legato alla vita della persona” che però “segna anche la vita della città nelle sue strutture fondamentali”. Lo ha affermato il 17 maggio don Andrea Manto, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della sanità della Cei, in apertura del seminario di studio su “Eucaristia presenza di misericordia. Prendersi cura delle fragilità per costruire la città”, che si chiude oggi (18 maggio) a Fermo, in preparazione della giornata dedicata alla fragilità che si svolgerà all’interno del programma del Congresso eucaristico nazionale di Ancona (3-11 settembre 2011). L’evento è organizzato in collaborazione con la Fondazione Migrantes, la Fondazione Missio e la Caritas italiana.

Cambio di mentalità.
Don Manto ha spiegato che, come ricorda l’enciclica di Giovanni Paolo II “Sollicitudo rei socialis”, “la vita delle persone è spesso soggetta alle ‘strutture di peccato’ che sono causa di ingiustizia, povertà e maggiore fragilità”, e ha fatto notare che oggi la fragilità ha un aspetto “multidimensionale”, e anche se il tema socio-sanitario ha una sua centralità, essa è “un’esperienza trasversale che tocca, ad esempio, i poveri e i migranti, che si ammalano, ma anche l’impegno nei Paesi di missione, che tanto spesso si concretizza nella realizzazione di ospedali o case di cura”. Due, secondo il sacerdote, le categorie più fragili particolarmente emergenti oggi: “Le persone anziane e sole, che nel nostro Paese sono sempre di più” e “i malati psichici, spesso giovani, un dolore disabitato e negato”. Per essi, ma anche per le altre persone fragili, le risposte solo “sanitarie o solo assistenziali non bastano”. Per don Manto, le “associazioni di volontariato cattolico e la Chiesa, in generale, fanno già molto, ma bisogna intervenire anche nella nostra fragilità spirituale”.

Fragilità e cittadinanza.
“La fragilità attraversa l’intero tessuto sociale delle città, lasciando la sua impronta nello stesso spazio urbano”. Partendo da questa constatazione mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, ha rilevato che le “povertà materiali sono le più vistose e gravi, spesso radicate nelle periferie delle città”. Accanto ad esse crescono “disagi e bisogni generati o aggravati da mancanza di lavoro, solitudini e abbandono, oscure malattie della coscienza e dello spirito”. In quest’ottica, solo l’Eucaristia, secondo mons. Crociata, può offrire “una lettura pastorale adeguata delle città fragili”. Di fronte all’esperienza della fragilità e della progressiva disgregazione di tante utopie, ha affermato, anche alla luce della perdurante crisi economica, “la questione di Dio, e soprattutto quella del Dio di Gesù Cristo, riemerge” e, specialmente per i cristiani, “s’impone l’esigenza di un rinnovato impegno” che recuperi la “dimensione pubblica, il valore pedagogico e il ruolo culturale dell’esperienza credente”. Mons. Crociata ha sottolineato che, oltre alle fragilità nella città, ci sono “le fragilità della città” che “non sono solo la somma delle fragilità dei suoi membri, ma sono una sorta di debolezza della stessa idea di città. Essa si organizza secondo un principio mercantile, d’interesse o di utilità, e si struttura mediante blocchi, contrapposizioni e ideologie rigide”. Questo particolare tipo di fragilità “richiede la consapevolezza del proprio e dell’altrui peccato, senza la quale è impossibile la conversione”.

Solidarietà organizzata.
Mons. Luigi Conti, arcivescovo di Fermo, nell’omelia della messa all’apertura del seminario, ha ricordato che, storicamente, “siamo una nazione, chiamata in questo momento ad accogliere i profughi” e, parimenti, “siamo una Chiesa che attraverso l’impegno della Cei e della Caritas ha sviluppato molto il vangelo della carità”. I cristiani, ha aggiunto, dopo essere andati incontro ai “bisogni primari” delle persone che si rivolgono a loro, sono chiamati sempre a rispondere alla domanda: “Perché lo fate?”. Mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, nel suo saluto ha ricordato che “le fragilità di oggi sono legate ai luoghi classici della povertà economica (mancanza o perdita del lavoro, della casa, del reddito…), ma anche ai nuovi luoghi della precarietà, della mobilità, della perdita della salute che caratterizzano i tempi e gli spazi della crisi e della globalizzazione”. Per il sociologo Roberto Cipriani, “parlare oggi di ‘fragilità’ significa rimandare a situazioni di difficoltà, di travaglio che le persone si trovano ad affrontare. Oggi non mancano certo esempi in questa direzione”. Ad esempio: “Quello di chi approda, di chi si trova di fronte ad uno scoglio lungo le nostre coste. La mente va alle recenti vicende come l’approdo lampedusano, una metafora delle fragilità della vita, che però grazie alla cooperazione espressa dagli abitanti e dai militari presenti riesce a far sì che quello che sembrava imprevedibile, insostenibile, diventa un’opportunità”. Secondo Cipriani, “vista la portata delle emergenze che dobbiamo affrontare, un primo aspetto su cui riflettere è che la solidarietà non la s’improvvisa, ma ha bisogno di organizzazione, di esperienza, di una prospettiva scientifica per essere affrontata con successo”. In particolare, “di fronte a disastri a volte anche immani, non si può andare avanti col piccolo cabotaggio fidandosi della buona volontà di questo o di quello. Ci vuole una solidarietà organizzata”.