GIUSEPPE LAZZATI

Il fascino di un maestro

A 25 anni dalla morte

Educazione umana e cristiana, fedeltà alle Sacre scritture, ruolo dei laici nella Chiesa, impegno da cristiani nelle realtà del mondo: sono alcuni dei temi ricorrenti nella vita di Giuseppe Lazzati (Milano, 1909-1986), di cui si ricordano il 18 maggio i 25 anni della morte. Piergiorgio Confalonieri, postulatore della causa di beatificazione, approfondisce per il SIR alcuni di questi aspetti della biografia del Servo di Dio.

A 25 anni dalla scomparsa del professor Lazzati potremmo affrontare la sua figura sotto molteplici punti di vista. Ma forse il primo, doveroso, passo è quello di tornare sulla sua spiritualità. Come e quanto pregava Lazzati?
“Lazzati ha sempre dato importanza alla preghiera. La sua preghiera si nutriva della Parola di Dio perché, affermava, nella Bibbia apprendiamo il linguaggio da usare con il Signore. Perciò vi si immergeva in meditazione nelle primissime ore del giorno nella cappella dell’Eremo di San Salvatore di Erba (dove attualmente riposa – ndr). La preghiera di Lazzati s’incentrava nel mistero eucaristico: appena sceso a Termini, dopo una notte in treno, come avveniva spesso, entrava nella prima chiesa che incontrava per la messa. Coltivava pure il culto all’Eucaristia, sostando frequentemente davanti al Sacramento com’era solito fare nella chiesa di San Raffaele presso il Duomo a Milano. Un commilitone testimoniò che, per non lasciare incustodite le ostie consacrate nelle cappelle dei lager durante la prigionia in Germania, talvolta adibite anche ad altri usi, ed essendo i cappellani controllati dalle guardie, venivano affidate a Lazzati perché le tenesse sotto la giacca”.

Lazzati è stato – come ricordano i suoi biografi – un grande educatore: nell’Azione Cattolica, all’Università Cattolica, all’Eremo di San Salvatore, con Città dell’uomo… Si può parlare, nel suo caso, di “diaconia dell’educazione”?
“Giuseppe Lazzati era un educatore nato. Cresciuto alla scuola di eccezionali maestri (un nome per tutti: mons. Olgiati), convinti che il vero apporto non è quello di giocare al ribasso ma di tendere a una dimensione alta della vita, a sua volta si adoperava perché i giovani che lo frequentavano, all’Università e nei vari ambienti, potessero raggiungere ideali non banali, secondo la logica evangelica del portare più frutto. Ricordo, ad esempio, che ai futuri medici nella facoltà a Roma raccomandava di non pensare solo alla carriera, ma ai bisogni dei poveri: per questo conferì una laurea ad honorem a Madre Teresa di Calcutta. Oltre a esercitare un innegabile fascino in quanti lo ascoltavano, Lazzati sapeva suscitare interrogativi di fondo che mettevano in crisi, e che alla fine centravano l’obiettivo. Anche perché insegnava attraverso l’esempio. Benché fosse estremamente fermo circa i principi religiosi, era addirittura paterno nel comprendere i giovani (come avvenne durante la contestazione studentesca nel 1968, quando era rettore della Cattolica) e del tutto rispettoso della libertà delle persone”.

“Pensare politicamente”: era un’espressione cara a Lazzati, che invitava i laici cristiani a operare, come insegna il Concilio, per “costruire la città dell’uomo”, cercando ispirazione e punti di riferimento nel Vangelo. Cosa ha rappresentato la politica nella biografia di Giuseppe Lazzati, che fu anche padre costituente e parlamentare?
“Furono la guerra con i suoi orrori e la triste esperienza del lager a fargli toccare con mano le conseguenze tremende di una politica fuori controllo: di qui la scelta di farsi ‘politico suo malgrado’, com’era solito dire: prima nel Consiglio comunale di Milano, quindi nella Costituente e poi nella prima legislatura parlamentare. Egli non condivideva l’idea che la politica consistesse solo nelle cose da fare: prima di agire è necessario pensare politicamente! A maggior ragione sentirà tale urgenza quando si accorgerà, ormai nell’ultimo scorcio dell’esistenza, di una degenerazione sotto gli occhi di tutti che di lì a poco, proprio a Milano, sarebbe esplosa nel clamoroso fenomeno di Tangentopoli. Perciò decise di dar vita a un’associazione, ‘Città dell’uomo’, per favorire una maggior preparazione per chi volesse impegnarsi in politica. Egli riteneva indispensabili talune premesse culturali, storiche e filosofiche per fare politica. E ricordava che la loro mancanza o insufficienza chiudono la politica nei confini di un pragmatismo che finisce per mostrare le proprie insufficienze e per generare situazioni di degrado, allontanando i cittadini dalla politica stessa”.

Lei ha frequentato a lungo Lazzati. Ci racconta qualche episodio che le è rimasto particolarmente a cuore?
“Come dimenticare, ad esempio, la veglia di Pentecoste di venticinque anni fa, quando poco prima di spirare, lo sentii dire che attendeva lo Spirito Santo? Tuttavia conservo sempre e, se è lecito dire così, faccio mio un auspicio che gli bruciava nella mente e nel cuore specie negli ultimi tempi: che i laici siano maggiormente formati, onde assolvere compiutamente la loro impegnativa missione nella Chiesa e nel mondo”.