LOTTA ALLE MAFIE
Al Sud rimangono i centri decisionali del crimine e dell’illegalità
Per combattere le mafie non basta la deterrenza e la repressione. Oggi è più che mai necessario andare a capire quali sono le radici e i meccanismi, anche economici, che stanno alla base della criminalità organizzata. E proprio questi meccanismi sono stati al centro del seminario "Alle radici del crimine" che si è tenuto oggi nella sede milanese dell’Ateneo del Sacro Cuore. "Questo incontro spiega al SIR Raul Caruso, ricercatore dell’Università Cattolica oltre ad un importante momento di sensibilizzazione rivolto ai giovani, ha voluto riportare l’attenzione sulla necessità di approfondire i lavori di ricerca scientifica sulle relazione tra economia e criminalità organizzata. Un ambito che è stato spesso trascurato negli ultimi decenni".
Educazione alla responsabilità. L’incontro sulle "radici del crimine" rientra nel percorso "Per una cultura della legalità", promosso dall’associazione "Libera" con sette Università milanesi: Cattolica, Università Statale, Bicocca, Bocconi, Politecnico, Naba e Iulm. Il primo appuntamento, l’11 marzo scorso, aveva visto la presenza a Milano del presidente dell’associazione, don Luigi Ciotti, e del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Un’esperienza che "Libera" sta sperimentando, con percorsi diversi, in molte città italiane. "Qualcosa si sta muovendo soprattutto per quanto riguarda la presa di coscienza sulla presenza della criminalità organizzata nel Nord Italia racconta Francesco Pisa, della sezione lombarda dell’associazione ma il lavoro da fare è ancora moltissimo. Purtroppo, infatti, partiamo da anni di sottovalutazione del fenomeno, un ritardo che dobbiamo colmare".
Secondo il referente di "Libera", per innescare questo ciclo virtuoso "è necessario un lavoro culturale ed educativo che aiuti tutti, ma in particolare le nuove generazioni, a sentirsi responsabili. Dobbiamo essere consapevoli di come insieme si possa fare molto, senza dimenticare che l’educazione alla legalità è prima di tutto un’educazione alla responsabilità". All’interno del seminario, durante il quale sono intervenuti docenti di diversi atenei, sono state presentate anche tre ricerche, due delle quali inedite, che vanno ad indagare proprio le relazioni tra economia e criminalità.
Investire sul futuro. Lo studio presentato da Sergio Beraldo, dell’Università Federico II di Napoli, sottolinea la relazione tra aspettative sul futuro e criminalità. "Dove declina l’importanza del futuro e delle prospettive osserva Beraldo declinano anche i codici etici di condotta e, quindi, aumenta la criminalità". Dalla ricerca emerge, infatti, una correlazione tra la prospettiva del "life is now", del "tutto oggi", e l’aumento dei tassi di criminalità. "Questo afferma il docente è legato alla tendenza di alcune persone a preferire ampi guadagni oggi, come quelli originari dalla criminalità, a fronte di possibili rischi, come l’incarcerazione, in un futuro più o meno lontano. Ovvero dove c’è prospettiva nel futuro diminuisce il rischio criminalità". La seconda ricerca sottolinea, invece, come la scelta d’investire in un settore piuttosto che in un altro abbia ricadute dirette sulla criminalità organizzata. "Secondo la nostra indagine nota Caruso un incremento pari al 10% negli investimenti pubblici nel settore della protezione sociale determinerebbe una riduzione di circa il 20-25% dei tassi di criminalità. Una relazione negativa emerge anche tra gli investimenti in industria, quindi nella creazione di lavoro, e la criminalità. L’influenza del crimine organizzato tende, invece, ad aumentare a fronte di investimenti nel settore edile e della sanità".
Oltre gli stereotipi. L’ultima indagine, presentata da Gilberto Turati, docente di economia all’Università di Torino, evidenzia come "la percentuale di economia sommersa in Italia sia vicina al 27% del Pil". Un dato tra i più alti dei Paesi Ocse, e molto superiore al 15% fino ad ora attribuito al sommerso. "La differenza rispetto agli studi condotti in precedenza dice Turati , emerge dall’analisi non solo dell’evasione ma anche dei flussi economici frutto di attività illegali come il traffico di stupefacenti e la prostituzione. Un dato che implica la necessità di elaborare differenti e adeguate misure di contrasto". Secondo la ricerca, realizzata da un gruppo interuniversitario, emerge "in controtendenza con l’opinione comune" come "le province del Centro-Nord esibiscano, in media, un’incidenza maggiore rispetto a quelle del Sud sia per quanto riguarda l’evasione (18,5% al Nord contro il 12% al Sud) sia per quanto riguarda le attività illegali (12,5% contro 7,3%)". "Questi dati conclude Turati dimostrano la capacità delle organizzazioni criminali, pur mantenendo i centri decisionali prevalentemente al Sud, di esportare traffici illeciti nelle aree più benestanti del Paese dove si concentra la domanda pagante". Una dichiarazione confermata da un dato: la Lombardia, ad oggi, è la quarta Regione italiana per il numero di beni confiscati alle mafie.