DRAMMA AL GIRO D'ITALIA

Un altro traguardo

Il messaggio dello sport di fronte alla morte

Il Giro d’Italia perde tragicamente un giovane che le cronache raccontano sempre sorridente e gioioso, profondo e amico di tutta la carovana. Questo è il modo nel quale viene ricordato e resterà per sempre Wouter Weylandt, vittima in discesa di una curva e di un muretto. Il corridore belga troverà ad attenderlo nel paradiso degli sportivi (che la tradizione ciclistica dice esser la pianura) altri "eroi" come Fabio Casartelli, campione olimpico a Barcellona che con la sua vita ha reso immortale il Portet d’Aspet nei Pirenei, Juan Manuel Santiesteban, che ricevette l’omaggio funebre di tutta Catania, Serse Coppi, che scivolò all’arrivo di un Giro del Piemonte sbattendo la testa su un marciapiede. E ci saranno i calciatori del Grande Torino schiantatosi a Superga, i Red Devils del Manchester United scomparsi nel disastro aereo di Monaco di Baviera, Renato Curi che si spense nella sua Perugia durante una giornata di pioggia. Ci saranno tanti pugili, come Angelo Jacopucci, che hanno immolato la vita nella speranza di raggiungere una borsa che li elevasse dalla fatica di beccar pugni. Abbiamo chiesto a Franco B.Ascani, presidente della Federazione internazionale cinema e televisione sportivi (Ficts) e membro della Commissione cultura del Comitato internazionale olimpico (Cio), di spiegarci come lo sport riesca a rielaborare fatti drammatici come quello del 9 maggio al Giro.

Pudore e lacrime. "La morte nello sport è un fatto straordinario ma ineluttabile nella sua improvvisa e violenta manifestazione. Lo sportivo che muore – spiega Ascani – colpisce perché lo sport è emblema di salute, allegria, gioia, e il dolore per la sconfitta sportiva è e deve essere spunto di partenza per la rivincita, per migliorarsi. Ecco allora che la tragedia di Weylandt entra di diritto nel novero delle leggende dello sport, nella memoria storica del ciclismo, proprio per la semplicità della vita di questo onesto e simpatico corridore, ma che non era uno che faceva titoli, che attirava le folle". Inoltre, prosegue Ascani, "il corridore belga che ha lasciato la sua vita sui tornanti del Passo del Bocco è la conferma di ciò che lo sport rappresenta: i suoi eroi passano sempre attraverso la ricerca del miglioramento, e vivono con fierezza il loro sudore. È lì che si trova l’etica dello sport, nel fatto che un uomo combatte con il suo corpo per raggiunger la vittoria, ma il suo essere una persona di sentimenti porta il suo atto tecnico, la sua fatica sportiva ad assumere degli aspetti che, in queste occasioni, sono al di là della morte". Il presidente Ficts osserva come "alto è stato il senso etico del servizio offerto da RaiSport, che non ha riproposto le drammatiche immagini del corpo del corridore belga, non limitando la cronaca, ma ammantandola di pudore e lacrime vere dei giornalisti al seguito del Giro. Questo perché – sottolinea il membro Cio – davanti alla morte di Weylandt nella tappa del Giro il primo sentimento che nasce è quello di fermarsi: ma subito viene la conferma che lo sport davanti ai drammi riesce a offrire un motivo di speranza in più. La morte di Weylandt lascia aperta la porta alla vita: il dolore conferma i valori sportivi, ne esalta il senso di lealtà, di rispetto della fatica, di rispetto per lo sconfitto. E quale sconfitta maggiore se non la morte di un giovane, amato da tutta la carovana del Giro, e prossimo padre?".

Storia di volontà. Per Ascani "quel corpo riverso, senza vita, resterà, sì, una macchia indelebile sulla gioia dei futuri trionfi nelle prossime tappe, ma l’allegria, la spontaneità, il ricordo che Weylandt lascia è quello di un uomo capace di fare di sé e della sua professionalità una testimonianza di rispetto e di sportività come da tempo non se ne vedevano. Sarà proprio il ricordo dello sfortunato velocista belga lo stimolo, la forza, la spinta in più che farà andare avanti la carovana del Giro". Oggi, conclude il presidente Ficts, "sarà un giorno di mestizia, la tappa sarà neutralizzata ma lo spirito di Weylandt e di tutti i ciclisti che sulle strade del mondo s’inerpicano verso le vette, si buttano a capofitto tra i tornanti a 70/80 chilometri all’ora, sgomitano in un rettilineo per alzare felici le braccia alla vittoria raccontano non una storia di follia, ma di volontà di fare il proprio lavoro, di godere del proprio sacrificio, purtroppo, in questo caso, giunto alle estreme conseguenze".