CARCERE

Una sofferenza infinita

Tramite la Comunità Papa Giovanni XXII una lettera degli ergastolani al Papa

In occasione della visita di Benedetto XVI, avvenuta questa mattina al carcere di Rebibbia, gli ergastolani (1.500 persone) tramite la Comunità Papa Giovanni XXIII hanno inviato una lettera al Pontefice "sicuri di sentire la sua voce": "Santo Padre – scrivono nella lettera –, siamo degli ergastolani, dei condannati a essere colpevoli e prigionieri per sempre, ergastolani con l’ergastolo ostativo a ogni beneficio. Molti di noi sono in carcere da 20, 30 anni, altri di più, senza mai essere usciti un solo giorno, senza mai un giorno di permesso con la propria famiglia. Molti di noi sono entrati da ragazzi adolescenti e ora sono quarantenni destinati ad invecchiare in carcere, altri erano giovani padri e ora sono nonni con i capelli bianchi. Noi e la Comunità Papa Giovanni XXIII le vogliamo dire che la pena dell’ergastolo è una pena che si sconta senza vita; che avere l’ergastolo è come essere morti, ma sentirsi vivi. Santo Padre a cosa serve e a chi serve il carcere a vita? Si diventa non viventi. A che serve vendicarsi in questo modo? Non vediamo giustizia nella pena dell’ergastolo, ma solo una grande ingiustizia perché si reagisce al male con altro male aumentando il male complessivo. Una società giusta non dovrebbe avere né la pena di morte, né la pena dell’ergastolo. Non è giustizia far soffrire e togliere la speranza per sempre per riparare al male che ha fatto una persona. Il male dovrebbe essere sconfitto con il bene e non con altro male. Il riscatto umano non è possibile con una pena che non potrà mai finire. La nostra vita è di una inutilità totale, è aberrazione, sofferenza infinita. L’ergastolo è una pena che rende il nostro presente uguale al passato, un passato che schiaccia il presente e toglie speranza al futuro. Anche don Oreste Benzi, fondatore della Comunità ha sempre appoggiato il superamento dell’ergastolo e, qualche giorno prima della sua morte, alle Settimane sociali del 2007 ha detto: ‘Che senso ha dire che le carceri sono uno spazio dove si recupera la persona se è scritta la data di entrata e la data di uscita mai? È una contraddizione in termini. Perché non devono aver il diritto di dare prova che sono cambiati? Non è giusto questo’".