GIORNALI FISC

L’opinione del territorio

Gli editoriali delle testate cattoliche

Il Natale, le polemiche su Chiesa e Ici, la manovra economica che sta varando il governo Monti, gli episodi di razzismo che hanno costellato la cronaca nera degli ultimi giorni. Sono alcuni degli argomenti di cui parlano gli editoriali dei settimanali diocesani aderenti alla Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) in uscita in questi giorni. Ne proponiamo una rassegna tra quelli giunti in redazione.

Natale all’insegna del dono. Un Natale all’insegna del dono non significa necessariamente "spendere". È la provocazione di Corrado Avagnina, direttore dell’Unione Monregalese (Mondovì) e della Fedeltà (Fossano), per il quale "fare un dono dovrebbe equivalere a dire che si è dono gli uni per gli altri, investendo molto sui rapporti personali e non tanto sulle cose che si regalano". "L’essenziale – riconosce Avagnina – può anche essere declinato con gesti simbolici ed emblematici che rilanciano invece il… dono", con "il sapore genuino e forte del ‘gratuito’, che surclassa ogni interesse, ogni tornaconto, ogni rivendicazione". "La crisi economica, che ha falcidiato molte sicurezze sociali e soprattutto ha provocato danni in numerose famiglie sotto il profilo delle difficoltà occupazionali, sta cambiando il volto di un’Italia troppo spendacciona e sprecona", aggiunge Amanzio Possenti, direttore del Popolo Cattolico (Treviglio), per il quale "sembra ritornare il senso del limite e della misura", con una "maggior attenzione ai bisogni e alle sofferenze talvolta sottovalutate". Invita a guardare "la presenza e la diffusività del bene" l’editoriale della Cittadella (Mantova), non come "modo facilone e superficiale per consolarsi", bensì "via non banale per una maggiore assunzione di responsabilità e vigilanza nei confronti della realtà in cui siamo chiamati a vivere". Proseguendo una riflessione ispirata al dipinto che accompagna il percorso d’Avvento nella diocesi, Il Nuovo Giornale (Piacenza-Bobbio) presenta "il miracolo teneramente aggrappato alla sua mamma: si chiama Gesù. Tutto si è compiuto come l’angelo aveva annunciato. La storia dell’umanità è cambiata per sempre. Su ognuno di noi suoi figli, fin dall’eternità, Dio ha fatto un sogno. Solo se avremo il coraggio di fidarci di Lui e lasciare a Lui il timone della nostra vita, quel sogno potrà diventare realtà". Aggiunge Vincenzo Tosello, direttore di Nuova Scintilla (Chioggia), che "da quando il cielo si è unito alla terra – la divinità all’umanità – in questo evento unico e misterioso, è possibile anche per noi vivere sulla terra guardando al cielo, sentirci autenticamente cittadini del mondo e, in certa misura, già cittadini del cielo".

Una nuova progettualità. Numerosi gli editoriali dedicati al Natale, e tra questi alcuni sono affidati ai vescovi delle rispettive diocesi. Come Emmaus (Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia), dove mons. Claudio Giuliodori parte da una considerazione sul "tempo presente", nel quale "discernimento e nuova progettualità sono le parole chiave". "Il Natale – secondo il vescovo di Macerata – ha molto da dirci e da insegnarci, perché è la risposta di Dio alla più grande crisi dell’umanità: la lontananza e il rifiuto di Dio". La presenza di Gesù, osserva, "ci guida nel discernimento e nel ripensare gli stili di vita. Soprattutto, ci libera dallo sconforto e dallo scoraggiamento aiutandoci a elaborare, proprio a partire da questo tempo di crisi, una nuova progettualità che ponga al centro la dignità e i diritti di persone e popoli, la giustizia e la pace, un’economia finalizzata al bene comune e non alla bramosia di singoli o di gruppi di potere". Sul Montefeltro (San Marino-Montefeltro) il vescovo Luigi Negri rileva che "il Natale entra, oggi, in una società dove si può tranquillamente dire che la vita umana è ridotta quasi a niente". Ma "in questa quasi sostanziale scomparsa dell’uomo", riflette il presule, "Cristo deve essere incontrato da noi e testimoniato di fronte al mondo come l’unica, reale alternativa a questo individualismo consumistico e violento che ogni giorno sembra distruggere, irreversibilmente, ogni possibilità di verità e di bene".

Far parlare le opere. Altro argomento alla ribalta in questo periodo riguarda i presunti benefici di cui godrebbe la Chiesa rispetto al pagamento dell’Ici. Facciamo parlare le opere è la risposta che viene dai settimanali Fisc. Anzi, sottolinea Enzo Gabrieli, direttore di Parola di Vita (Cosenza-Bisignano), "la riflessione su Ici e presunti privilegi può offrire alla Chiesa che è in Italia una nuova occasione per far conoscere il lavoro certosino, nascosto, che faremmo anche senza integrazione dell’otto per mille e anche senza strutture. Apriamo le porte delle nostre Chiese, mostriamo i nostri bilanci e le nostre opere, coinvolgiamo di più chi ‘dubita’… Senza paura, ma con la franchezza del Vangelo lasciamoli entrare. Case di accoglienza dove le suore operano senza orari, mense dove si fa a gara a trovare il mangiare per i poveri, l’immenso mondo dell’associazionismo". "Le opere della Chiesa saranno molto più eloquenti delle nostre parole". D’altra parte, evidenzia Sandro Vigani, direttore di Gente Veneta (Venezia), "la medesima esenzione di cui beneficia la Chiesa cattolica italiana riguarda anche tutti gli altri enti no profit non cattolici e le altre Chiese riconosciute dallo Stato italiano con un Concordato", dunque non vi è "nessun privilegio". Anzi, "l’esenzione da quella che sarà l’Imu – evidenzia sulla Voce dei Berici (Vicenza) il direttore Lauro Paoletto – ha la sua ragione d’essere nel servizio sociale che la Chiesa garantisce attraverso le diverse realtà. Si tratta di servizi di alta rilevanza sociale che lo Stato non è in grado di gestire e, se lo facesse, dovrebbe sostenere costi molto più elevati. Sotto il profilo strettamente economico è dunque interesse dello Stato continuare a consentire agli enti no profit (e dunque anche alla Chiesa cattolica) di farsi carico di questi servizi. Al di fuori di questa casistica, la Chiesa paga regolarmente quello che c’è da pagare". Di "grande confusione" parla Silvio Grilli, direttore del Cittadino (Genova), ricordando che al pagamento dell’Ici "nessuno si deve sottrarre" laddove "si svolgono attività commerciali dalle quali si trae lucro". "Evitiamo di buttarla in politica", è l’invito di Adriano Bianchi, direttore della Voce del Popolo (Brescia), poiché "in una situazione oggettivamente grave, sollevare polveroni giova solo a chi, alimentando risse ideologiche, vuole dimostrare di esistere o vuole sviare l’attenzione da altro".

I rischi della manovra Monti. Mentre i giornali stanno chiudendo il numero il governo Monti si appresta a portare in Parlamento la manovra economica. Giordano Frosini, direttore di Vita (Pistoia), apprezza "il cambiamento di stile imposto alla politica dal governo dei tecnici". Tuttavia nella manovra, lamenta Frosini, "il principio dell’equità è rimasto per molta parte nel mondo dei desideri e delle simpatie popolari"; "quanto è stato fatto non è ritenuto sufficiente per confutare il detto comune che a pagare sono sostanzialmente sempre gli stessi, i lavoratori dipendenti, i piccoli impresari, coloro che versano in maggiore difficoltà". "Chiediamo ai deputati e senatori di fare anche loro dei veri sacrifici. Ci diano l’esempio e la cinghia comincino a tirarla loro", reclama Ettore De Faveri, direttore della Valsusa (Susa). Mentre il Corriere Cesenate (Cesena-Sarsina) riporta la lettera aperta – firmata dai direttori di otto quotidiani nazionali e da Francesco Zanotti, presidente Fisc e direttore del Corriere Cesenate – al presidente del Consiglio Mario Monti, nella quale si evidenziano "i gravissimi riflessi" del taglio dei contributi diretti all’editoria. "La manovra che il Suo governo ha predisposto – denuncia la missiva – rischia di assestare un colpo mortale a un centinaio di giornali che attualmente usufruiscono dei contributi diretti all’editoria", con "riflessi gravissimi sul pluralismo dell’informazione e sulla stessa democrazia".

Il nodo pensioni. "La nostra è una società che non riconosce alla famiglia il merito dei figli e come tale si comporta e agisce anche nelle sfere decisionali e istituzionali", denuncia La Guida (Cuneo), scrivendo che "il recente provvedimento del governo Monti che innalza l’età pensionabile per le donne a 66 anni non potrà non avere ricadute sociali importanti e per il momento difficili da quantificare". In sintesi, secondo il settimanale cuneese "la famiglia per i cittadini è una risorsa, ma dallo Stato sembra essere percepita solo come un costo". A seguito dell’innalzamento dell’età pensionabile "nei prossimi quindici-vent’anni – scrive sul Popolo (Concordia-Pordenone) il direttore Bruno Cescon – si ridurrà ai minimi termini il cosiddetto ricambio lavorativo. Se già oggi è così difficile trovare lavoro per un giovane, che cosa accadrà in un periodo di mancanza di crescita? Non meno problematico potrà divenire il lavoro per gli anziani. Il sistema industriale si troverà con dipendenti ultra sessantenni a carico, meno aggiornati e flessibili, a costi più elevati. Ora se licenziare sarà più facile lo si farà. Ma a quell’età il lavoratore non potrà ancora guardare alla pensione che è lontana, perché gli mancheranno 10-15 anni e nessuno lo vorrà più assumere, perché vecchio. Un’ultima osservazione. Nelle famiglie spariranno i nonni e le nonne. Come dire che i giovani mancheranno del supporto economico ed educativo di cura dei figli, che in questa crisi si sta dimostrando fondamentale".

Alle radici degli errori. Alcuni settimanali, nei loro editoriali, guardano alla politica e all’economia senza fermarsi alla stretta attualità. È il caso del Ponte (Rimini), laddove il direttore Giovanni Tonelli parte dal crac della Lehman Brothers, l’8 ottobre 2008. "Dopo tre anni – scrive – non solo non è cambiato niente, ma le cose sono peggiorate". Da qui la riflessione: "È giunto il tempo che le persone di buona volontà del Nord e del Sud del mondo si mettano insieme per cercare nuove fondamenta comuni, che vadano ben al di là dei principi del mercato". Dall’economia alla politica, "se c’è un’antipolitica diffusa vuol dire che c’è una cattiva politica altrettanto diffusa", commenta Raffaele Mazzoli, direttore del Nuovo Amico (Pesaro-Fano-Urbino). "Credo – evidenzia Mazzoli – che le cause remote debbano essere ricercate altrove"; alla radice vi è una "decadenza del costume" che "appartiene a tutti: alle persone, alle famiglie e alla società".

Violenza razzista. In una settimana segnata da violenze a sfondo razzista – come l’assalto al campo rom di Torino e l’uccisione dei senegalesi a Firenze – diversi editoriali ne propongono una lettura. Per Bruno Cappato, direttore della Settimana (Adria-Rovigo), "quelli che abbiamo visto in questi giorni forse sono solo fenomeni, tutto sommato, isolati, anche se terribili e dolorosi. Sono però l’avvertimento di un malessere che va crescendo, di una forma d’intolleranza che noi avevamo visto – con scandalo – nel mondo d’oltre oceano in anni lontani". "È follia, certo – rimarca Giovanni Barbieri, vicedirettore del Corriere Apuano (Massa Carrara-Pontremoli) –. Ma è una follia che trova il suo humus in troppe dichiarazioni propagandistiche e in troppi mugugni, più o meno espressi, tra la gente. Lo straniero resta sempre un diverso e facilmente si è portati a credere a ogni nefandezza sul suo conto". Difatti, osserva Vincenzo Rini, direttore della Vita Cattolica (Cremona), "è un sistema collaudato quello utilizzato qualche giorno fa a Torino: inventarsi un nemico contro cui combattere, come diversivo per mettere in sordina i propri guai o per dare libero sfogo ai propri più bassi istinti. La storia è triste da qualunque parte la si guardi". Inoltre, aggiunge Rini, "la vicenda di Torino ci rende consapevoli di quanta xenofobia sia presente nella mente di tanti italiani" e "rende sempre più urgente la necessità di dare una soluzione di dignità e rispetto alla presenza dei nomadi". Per Roberto Pensa, direttore della Vita Cattolica (Udine), "in una società multietnica, come è diventata l’Italia, le parole possono far male più delle pietre. E ognuno, nel suo ruolo professionale e nella vita di tutti i giorni, ha il dovere di prevenire la follia del razzismo".

L’attenzione al territorio. Infine, guardando ai rispettivi territori, La Voce Alessandrina (Alessandria) parla di un incontro sulla "spiritualità dell’educazione" che aveva come riferimento "suor Chiara Ricci, serva di Dio, per cui è in corso un processo di beatificazione". Mentre Guglielmo Frezza, direttore della Difesa del Popolo (Padova), ricorda l’imprenditore che si è tolto la vita nell’ufficio della sua azienda. "La sua tragedia lascia attoniti. E al tempo stesso costringe a interrogarsi sull’abisso che si va spalancando davanti ai nostri occhi". "Se le imprese dopo aver vinto un appalto non pagano i subfornitori, dicono che la colpa è degli enti pubblici; i quali però spiegano di aver le mani (e le casse) legate dal patto di stabilità e rimandano al governo; il quale a sua volta scarica sull’Europa. Fatto sta che dal circolo vizioso a rimanere bruciato è l’ultimo anello della catena". "I suicidi – annota Frezza – che periodicamente registriamo tra chi, come gli imprenditori, è più esposto al rischio" dicono che "le persone si sentono, drammaticamente, sole. Impotenti di fronte all’ingiustizia. Anzi, spesso vittime dello Stato stesso, che per primo (scandalosamente) non ottempera alle leggi che si è dato e che sarebbe chiamato a far rispettare".