EGITTO
Inattesa affermazione elettorale dei radicali Salafiti
Seggi semivuoti e affluenza scarsa ai ballottaggi, iniziati ieri e che proseguiranno ancora per oggi, in Egitto. In palio 52 seggi uninominali su un totale di 56. L’affluenza alle urne del 28 e 29 novembre, che ha toccato il 52% e non il 62% come annunciato in un primo momento, sembra essere un ricordo. A fare notizia, invece, sono gli scontri e le tensioni tra i sostenitori di Giustizia e Libertà dei Fratelli Musulmani e lo schieramento salafita di Al-Nour, i due partiti islamisti che al primo turno hanno raccolto i più alti consensi, rispettivamente il 36,62% e il 24,36% di voti, contro il 4,27% toccato ai moderati di Al-Wasat. La vittoria islamista fa temere una radicalizzazione della scena politica e si guarda con apprensione alle scelte che faranno i Fratelli Musulmani, che nonostante le aperture e le rassicurazioni rivolte alla minoranza copta e ai liberali del Blocco egiziano, dovranno comunque rapportarsi con i Salafiti che propongono un Islam rigoroso. Con Riccardo Redaelli, docente di geopolitica e direttore del "Middle East Program" presso il "Landau Network – Centro Volta" (Lncv) di Como, il SIR ha analizzato i primi risultati della lunga e complessa maratona elettorale egiziana che si concluderà solo a marzo 2012. A metà dicembre e inizio gennaio, gli egiziani saranno chiamati alle urne nei governatorati dove non si è ancora votato.
Il voto del 28 novembre ha premiato il blocco islamista: come legge questo risultato?
"Si tratta di un’affermazione in parte prevista e anche piuttosto temuta. Come spesso avviene e come accaduto recentemente in Tunisia, i giovani e i movimenti più liberali scendono in piazza e scuotono i regimi, mentre a raccogliere i frutti sono quei partiti islamisti dotati di maggiore penetrazione nel territorio e nella società, capaci di creare il consenso grazie alla rete di moschee che lavorano per loro e all’azione sociale che svolgono soprattutto a favore dei ceti più poveri e svantaggiati. Gli islamisti sono molto radicati nella società come non lo sono, invece, i movimenti e i partiti liberali. Il loro messaggio suona molto più familiare tra le persone meno alfabetizzate e nelle zone rurali".
Si può parlare di "quadro preoccupante" come sostenuto dall’analista egiziano Amad Gad, vicedirettore del Centro per gli studi strategici di al-Ahram?
"Il risultato mi pare particolarmente preoccupante, non tanto per l’affermazione, prevista, dei Fratelli Musulmani, galassia islamista in qualche modo moderata, quanto per quella del blocco salafita di Al-Nour che è andato oltre le previsioni. L’agenda politica salafita è dogmatica, settaria e spaventa molto per il futuro dell’Egitto sia la comunità internazionale sia i copti e i liberali. Un brutto segnale".
Nel futuro Parlamento ci sarà spazio di dialogo tra Fratelli Musulmani e Salafiti oppure si tenterà di marginalizzare questi ultimi attraverso delle alleanze diverse?
"Nei prossimi mesi ci saranno pressioni internazionali e dei liberali per vedere cosa si potrà fare a riguardo. Pressioni per marginalizzare i Salafiti, credo arriveranno da parte dei militari. Ma molto dipenderà dall’andamento dei prossimi turni elettorali. Al-Nour ha preso un pacchetto di voti che difficilmente potrà essere messo da parte. Ciò che è fonte di timore è la tendenza presente in molti partiti islamisti di avvitamento dottrinale e dogmatico".
Cosa intende per avvitamento dottrinale e dogmatico?
"Chi ha una lettura e una interpretazione dogmatica dell’Islam, della Sharia, cerca di applicarla a tutto il Paese, in una sorta di gara a chi è più islamista. Immagino un Parlamento dove, se ci saranno da discutere delle proposte dogmatiche in materia sharaitica dei Salafiti, molto facilmente i Fratelli Musulmani, o parte di loro, vi convergeranno per evitare l’accusa di non essere dei buoni musulmani. Questo avvitamento dogmatico potrebbe avere serie ripercussioni sul diritto di famiglia, sul rispetto delle minoranze, delle donne, e via dicendo. Non sono molto ottimista: un blocco salafita così forte potrebbe spostare i Fratelli Musulmani su posizioni più intransigenti".
In questa situazione l’esercito potrebbe avere un ruolo di garanzia contro possibili derive islamiste, alla stregua del più volte citato "modello turco"?
"Bisogna vedere di quale modello turco si parla: se quello attuale di Erdogan, che vede un partito islamico moderato al potere che lavora lentamente per conseguire i suoi obiettivi, oppure quello precedente ad Erdogan, di Ataturk, con delle forze armate che intervengono, se necessario, anche rimuovendo il primo ministro, per garantire il rispetto della Costituzione. Credo che i militari vogliano perseguire questo secondo modello orientandosi a porsi un poco sopra la Costituzione per evitare la deriva islamista. Un modello auspicato forse anche da alcuni Paesi occidentali".