UE-USA
I consigli di Obama e l’urgenza di una più forte politica estera comune
Sono molteplici i fronti che l’Europa sta affrontando in questa fase. L’incontro ufficiale alla Casa Bianca tra il presidente Usa, Barack Obama, e i vertici Ue è servita anche a fare il punto della situazione. Dalla quale emergono priorità legate ovviamente – all’economia, così pure alla politica estera, al bilancio interno dell’Unione e ad alcune delicate questioni istituzionali.
Economie interdipendenti. "Se l’Europa non supera questa crisi, c’è il rischio di una nuova ondata recessiva in tutto il mondo", ha detto Obama a Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso, rispettivamente presidenti del Consiglio e della Commissione, volati da Bruxelles a Washington per il summit bilaterale Ue-Usa del 28 novembre. Ma mentre i due leader comunitari avevano portato con sé una serie di dossier riguardanti il controllo dei bilanci statali e il rigore dei conti pubblici (e il sogno di una Tobin tax mondiale), il presidente americano ha parlato soprattutto di rilancio della crescita. "Senza crescita e senza lavoro la crisi non se ne andrà" ha ribadito Obama. Il quale, evitando accuratamente di riflettere sul fatto che la grande crisi del 2008 si è originata proprio negli States, si è sentito in dovere di consigliare ricette per riemergere dalla "palude" e ha dispensato buoni consigli per far riprendere quota al partner europeo, importante sia quale custode dell’euro, moneta presente sui mercati internazionali, sia quale cliente e al contempo fornitore privilegiato degli Usa sul piano commerciale. Ovvero, in un contesto globalizzato, se va a fondo l’Europa trascina con sé l’America, esattamente come, a parti inverse, è avvenuto tre anni or sono.
Una partita aperta. Di questi temi, tornati a Bruxelles, Van Rompuy e Barroso devono discutere con i "colleghi" dei 27 Stati membri: un dibattito pubblico con l’Europarlamento era già stabilito per la plenaria del 30 novembre-1 dicembre, per poi passare al vertice dei capi di Stato e di governo del 9 dicembre. Un’agenda fitta, dunque, per non lasciare nulla di intentato: fondo salva-Stati, sostegno (mediante Bce e Fmi) ai paesi più indebitati, eurobond, governance economica, six-pack, stabilità e crescita. La partita prevede inoltre di non tralasciare l’economia reale: da qui i provvedimenti in cantiere e le azioni già in corso per sostenere le piccole e medie imprese, la ricerca e l’innovazione, le infrastrutture, una comune politica energetica, una rinnovata politica agricola, il sostegno alle regioni arretrate…
La politica estera. La globalizzazione impone però che l’Unione europea rafforzi la sua statura politica sulla scena mondiale. Mentre il Servizio di azione esterna si sta lentamente, e non senza fatiche, organizzando per creare un "volto diplomatico" Ue nelle diverse capitali del globo, l’attenzione dei 27 rimane puntata all’area mediterranea. Le elezioni in Egitto non appaiono come la necessaria e netta svolta democratica di cui il paese avrebbe bisogno; la Libia è tutt’altro che solida; la Siria è un vulcano in ebollizione, così come continuano a esserlo la Terra santa e gran parte del medio Oriente. Lo stesso potrebbe dirsi per l’Europa orientale e per la Turchia. Alle porte dell’Europa comunitaria non si respira certo aria di pacificazione democratica e di sviluppo economico, e ciò apre per l’Ue tanti versanti di rischio (politica, economia, migrazioni, sicurezza e terrorismo). La stessa Russia non è quel partner che ci si aspettava dopo la caduta del Muro di Berlino e del regime sovietico. E, per restare sul planisfero, le grandi questioni ambientali minacciano l’Europa: la conferenza apertasi a Durban (Sudafrica) sul cambiamento climatico mostra che accordi convincenti sul dopo-Kyoto sono lontani da venire.
Gli affari interni. Ci sono infine i "fronti interni" per l’Unione europea. Quello più immediato riguarda il bilancio 2012, per il quale proseguono le trattative tra Consiglio e Parlamento (dovrebbero chiudersi entro dicembre), le due autorità di budget entro l’architettura istituzionale comunitaria. Bilancio significa risorse, ovvero la possibilità di dare concretezza a quelle politiche che gli Stati aderenti hanno in toto o in parte delegato a Bruxelles. Ma, si sa, senza soldi o con pochi soldi è difficile realizzare progetti, finanziamenti, opere, iniziative sul campo. Sempre per quanto attiene le risorse, sono in itinere (in tal caso c’è tempo fino al 2013) i negoziati per il Quadro finanziario pluriennale 2014-2020: in questi giorni la Commissione ha avanzato proposte di stanziamenti per vari settori, dalla sicurezza alla cultura, dalla ricerca (Horizon 2020) alla salute. Ora si attendono soprattutto le risposte dei governi dei 27, che dimostreranno di credere, o meno, all’integrazione politica. Non si può infine trascurare la questione del funzionamento istituzionale dell’Ue: il 1° dicembre cade il secondo compleanno del Trattato di Lisbona, che ha dato impulso alla "casa comune". Eppure, trainata dalla crisi economica, emerge prepotente la richiesta di una parziale revisione dei trattati. E l’Ue continua il suo cammino…