GIORNALISMO
Le "bulimie" della comunicazione in un convegno di Redattore sociale
"Intasano il cervello, provocano sazietà illusorie e sono difficili da ‘curare’. Sono le moderne bulimie legate alla comunicazione, ovvero come informiamo e come siamo informati. Dentro i vari spazi virtuali ci nutriamo in modo sempre più compulsivo di poche notizie rimasticate all’infinito, di cronaca frammentata, di dichiarazioni e opinioni. Come difendersi? Come tenere in funzione il filtro dello spirito critico?". A queste e altre domande si sta cercando di dare alcune risposte, da ieri fino a domani, a Capodarco di Fermo, nell’ambito del XVIII seminario di formazione dal titolo "Bulimie. Dalle abbuffate virtuali alla sobrietà dell’informazione". All’evento, promosso dall’agenzia Redattore sociale in occasione del decimo anno di fondazione, partecipano oltre cento giornalisti, provenienti dalle diverse realtà della comunicazione in Italia. Il titolo del seminario, spiegano i promotori, viene suggerito da "un’abbuffata quotidiana" di notizie che è "effetto e causa di bulimie di altro tipo, ben più radicate nella nostra pseudo convivenza civile: la bulimia del consumismo, dei dogmi della ‘legge del mercato’ e della crescita che non ha alternative, della ‘visibilità’ e della difesa dei privilegi". Nel corso di questi tre giorni, continuano, "stiamo cercando di analizzare la forza e i punti deboli del fenomeno, evitando la demonizzazione delle nuove tecnologie e ragionando sugli eccessi, per capire se è possibile una nuova sobrietà nel consumo e nella produzione di informazione".
Ridefinire una scala valoriale. "Questo mondo a volte fa del male a se stesso perché ha perso la capacità di essere critico e di interrogarsi sulle questioni fondamentali della vita". Ad affermarlo è don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco e dell’agenzia Redattore Sociale che, intervenendo al dibattito per "una buona comunicazione", ha avvertito che oggi, soprattutto se si fa giornalismo, "è necessario ridefinire" una scala valoriale che permetta di "far fronte ai numerosi problemi sociali ed etici" della società moderna. Per Ennio Remondino, giornalista Rai, la buona informazione "consiste nel raccontare in modo completo e con uno sguardo obiettivo tutto ciò che consenta al lettore di farsi una propria idea dell’argomento trattato. Oggi le nuove tecnologie si avvalgono troppo spesso dello strumento immagine per informare e questo, a volte, pregiudica la qualità delle notizie. In questo senso, i giornalisti e non le immagini, devono ritornare a essere il principale strumento comunicativo, indipendentemente dal media in cui operano".
Usare un altro sguardo. "Se noi esaminiamo la condizione dell’uomo di oggi vediamo che ci sono persone che vivono in condizioni ‘sottoumane’ perché non sono ‘interessanti’ secondo la logica di mercato". Allo stesso modo, nel mondo dell’informazione ci sono "realtà e questioni che, ritenute meno proficue e di conseguenza meno importanti di altre, non godono dell’attenzione dovuta". Secondo don Achille Rossi, responsabile della casa editrice "L’altrapagina", le "bulimie della comunicazione sono legate soprattutto a questo aspetto". "Ci sono dei valori ha sottolineato – che, anche se non fanno guadagnare soldi, sono più importanti della logica del profitto". In questo senso, "un giornalismo responsabile, fondato su modelli etici di società, non può astenersi dal raccontarli e non può non denunciare un’economia che, invece di stare vicino agli ultimi, li confina a margine del proprio sistema". Nella sua riflessione il responsabile de "L’altrapagina" ha richiamato la necessità di "uscire da una concezione di sviluppo illimitato" e ha introdotto il “concetto di ‘decrescita’, che significa semplicemente negare una concezione per aprirne un’altra". Il sacerdote ha infine invitato i giornalisti a "usare un altro sguardo", avere cioè una visione "più profonda del mistero della vita, della relazione, della natura e della società".
Un nuovo modo di fare informazione. Nel corso del seminario è stato presentato un "vademecum" per operatori dei media, dal titolo "Ho visto anche degli zingari felici" che propone, spiega Eleonora Camilli, giornalista del Redattore sociale, "nuovo modo di fare informazione" quando si parla di "tematiche che toccano il sociale come nel caso dei rom e degli immigrati". I giornalisti, ha proseguito, "spesso affrontano questi argomenti con pregiudizio e luoghi comuni". Una necessità richiamata anche da don Albanesi all’interno del volume. "Occorre raccontare verità scrive senza paura di far emergere criticità ed eccellenze e non cadendo mai nel generico giudizio di etichette prefabbricate".
Il metro e la misura Le "buone pratiche" con le antiche e con le nuove tecnologie
"Il metro di misura con il quale si deve fare il lavoro di giornalisti dovrebbe essere ‘quanto ciò che raccontiamo tocca e coinvolge direttamente le persone’; Twitter e i social network in generale possono essere usati per avere una ‘realtà aumentata’, che offre nuove possibilità di informazione; l’intrattenimento ‘a tutti i costi’; la spettacolarizzazione delle notizie; la buona informazione; i tempi della rete e altro ancora". Su questi temi si è articolata la seconda giornata del seminario di formazione per giornalisti dal titolo "Bulimie. Dalle abbuffate virtuali alla sobrietà dell’informazione", promosso dall’agenzia Redattore sociale. I partecipanti, riuniti fino a domani a Capodarco, vogliono "proporre ‘buone pratiche’ per fare informazione", con un "occhio critico sulla situazione attuale" e tenendo presenti "i costanti cambiamenti che le nuove tecnologie portano nel mondo della comunicazione".
Con sobrietà e spirito di servizio. "Il metro di misura con il quale si deve fare il lavoro di giornalisti dovrebbe essere ‘quanto ciò che raccontiamo tocca e coinvolge direttamente le persone’ e non ‘quanto ciò che accade è spettacolare e interessante’". Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi) , rivolgendosi ai seminaristi ha spiegato che "le bulimie della comunicazione ci vengono date dalla grandissima quantità di notizie disponibili in rete, in televisione e su i social network. Notizie "che spesso, invece di affrontare i problemi più rilevanti all’interno di una società, si concentrano su questioni poco rilevanti per la maggior parte dell’uditorio". Diminuire la quantità di informazioni diffuse ha evidenziato il presidente della Fnsi – , non serve a risolvere il problema. Sarebbe ed è necessario che gli operatori dei media, a qualunque livello essi operino, si concentrino sulla qualità dell’informazione e, con sobrietà e spirito di servizio, raccontino i fatti così come si presentano".
Uno strumento pervasivo. "Twitter e i social network in generale possono essere usati per avere una ‘realtà aumentata’, che offre nuove possibilità di informazione". Frieda Brioschi, consulente informatica e presidente di Wikimedia Italia, ha sostenuto che ci può essere un "circolo virtuoso" tra l’informazione e i social media. "Twitter, con i suoi 140 caratteri a notizia, permette di creare delle micro-discussioni e di conseguenza micro-relazioni, ma è uno strumento pervasivo che può descrivere in tempo reale quello che sta succedendo". I social network per la presidente di Wikimedia Italia, possono presentare dei rischi, perché "le informazioni tendono a scorrere, passare e siamo pienissimi di notizie che abbiamo bisogno di filtrare".
Un forte cambiamento. "Negli ultimi venti anni si è verificato un forte cambiamento per quanto riguarda i palinsesti televisivi. Un cambiamento teso all’intrattenimento ‘a tutti i costi’ che non tiene conto della dignità delle persone, in particolare di quella delle donne. Tutto ciò inevitabilmente si riflette sulla società, soprattutto su i più giovani, e fa passare messaggi fuorvianti che non tengono conto dei valori etici che sono a fondamento di una società civile". Ad affermarlo è Lorella Zanardo, docente e blogger che, intervenuta al convegno per presentare il documentario "Il corpo delle donne", ha auspicato che la televisione "torni a essere uno strumento educativo" e non un mezzo "meramente ludico e di intrattenimento".
Non "vergognarsi". Negli ultimi 30 anni "la storia televisiva italiana è stata una storia manipolazione dell’immaginario collettivo". Lo ha detto Massimiliano Panarari, critico televisivo e autore del libro "L’egemonia sotto culturale, da Antonio Gramsci al gossip". Panarari ha ricordato che dagli anni ’80, con il "passaggio al ‘tutto è economia’, la televisione doveva vendere prodotti e per vendere di più ha puntato sull’emozionalità: lo spettatore doveva sentirsi dentro lo spettacolo. La televisione moderna, invece racconta costantemente storie ed esperienze che fanno identificare il pubblico con esse". Tuttavia, secondo l’esperto, "la tv funziona ancora per molti cittadini come finestra informativa. Una finestra che va però rinnovata". Per cui, ha concluso, "non bisogna vergognarsi di fare una pedagogia di massa e occorre costruire nuove possibilità di comunicazioni".
a cura di Andrea Regimenti e Simona Mengascini, inviati SIR a Capodarco