ELEZIONI IN SPAGNA

Sta cambiando colore?

Fotocopia, pur con altre dinamiche istituzionali, di quanto avvenuto in Italia e in Grecia

(Foto Siciliani - Cristian Gennari/SIR)

Stando ai sondaggi, la Spagna, chiamata alle urne per le elezioni legislative il 20 novembre, sta per cambiare colore politico. Chiusa l’era del socialista Luis Zapatero, Madrid torna ad affidarsi ai popolari guidati da Mariano Rajoy; il distacco che, almeno nelle intenzioni di voto, lo separa dall’esponente del Psoe Alfredo Rubalcaba appare incolmabile. Certo, in politica non si può dare nulla di scontato e la Spagna si ricorda ancora la clamorosa sconfitta del popolare José Maria Aznar – proprio ad opera di Zapatero -, premier uscente, maldestramente scivolato con una serie di errori tattici dopo gli attentati del 2004, a pochi giorni dal voto.
Resta il fatto che, stando al dibattito spagnolo degli ultimi due anni, è la crisi economica a travolgere l’esecutivo di Zapatero. Le pesanti ricadute della recessione sulle imprese, sui consumi e soprattutto sulla disoccupazione (la più alta nell’Unione europea), hanno fatto girare il vento delle preferenze elettorali. Come era accaduto nei mesi scorsi in Irlanda e Portogallo, il capro espiatorio non può che essere il governo, reo di "non avere fatto abbastanza" per correre ai ripari, così da salvaguardare interessi e standard di vita dei cittadini.
Non è dunque questione ideologica, non è problema che riguardi il posizionamento dell’elettorato in chiave moderata piuttosto che progressista. Gli elettori ribaltano esecutivi di destra, di sinistra e di centro. È la fotocopia, pur con altre dinamiche istituzionali, di quanto avvenuto in Italia e in Grecia nei giorni scorsi: i governi "politici" lasciano il campo a compagini ministeriali con maggior connotazione "tecnica" e con un compito eminente, che supera tutti gli altri: ridare stabilità ai conti pubblici, trovare ricette per curare l’economia malata, inventare provvedimenti intesi a rilanciare la crescita e l’occupazione. Sono i legittimi interessi concreti (dal lavoro alla serenità finanziaria di singoli e famiglie) a fare da bussola per i cittadini-elettori, più che i valori, le "idee alte", il senso di partecipazione o quello di responsabilità pubblica. In un momento di così grave crisi tutto ciò è quanto meno comprensibile.
E mentre la Spagna si reca ai seggi, altri governi fanno i conti con il popolo sovrano. Le difficoltà politiche ed elettorali (in test locali e regionali) che stanno sperimentando i due governi-guida dell’Ue, ossia quello tedesco di Angela Merkel e quello francese di Nikolas Sarkozy, segnalano che in questa fase è proprio l’economia a dettare l’agenda al "palazzo", anche mediante opinioni pubbliche nazionali più che mai attente alla tutela del salario, dei consumi, dei risparmi, delle pensioni. Nessun paese può dirsi esente da tale sfida e anche quegli Stati che mostrano situazioni un poco più solide (Paesi Bassi, Austria, Danimarca), oppure in fase di miglioramento (Regno Unito, Polonia, Svezia, Finlandia), tengono d’occhio l’evolversi del deficit, del debito, dello "spread", dei tassi di inflazione e, ovviamente, del saggio di occupazione. Da Bruxelles l’Unione europea intanto vigila e macina proposte sulla governance, affinché lo stato di salute dei singoli paesi membri non ponga a rischio l’intero sistema economico e sociale continentale.
Proprio nel frangente in cui l’economia prevale sulla politica, si deve però guardare oltre. Non si può infatti rinunciare nel medio-lungo periodo al ruolo democratico, progettuale e "regolativo", della politica stessa rispetto ai mercati e parole come "equità" e "solidarietà" (fra soggetti, categorie sociali, territori e generazioni) devono ritrovare il giusto posto ed essere declinate insieme a "rigore", "stabilità" e "crescita".