VITTIME DELLA MAFIA

La pietra e il fiore

Il seminario del Gruppo Abele sui linguaggi della violenza

La sua storia dimostra come la violenza e il dolore delle vittime delle mafie possano trasformarsi in testimonianza, riscatto e addirittura perdono. L’ha raccontata il 17 novembre Deborah Cartisano, figlia del fotografo Lollò Cartisano, sequestrato il 22 luglio 1993 e ucciso a Bovalino, nell’Aspromonte calabrese, perché si era rifiutato di sottostare al ricatto delle cosche. Ne ha parlato ad una platea emozionata e commossa durante il seminario "Rel-azioni violente. La violenza e i suoi linguaggi", organizzato dal Gruppo Abele alla Certosa di Avigliana (Torino), in corso fino a oggi (18 novembre).

Il sequestro dopo un "no". Deborah, che oggi lavora come fotografa free lance e fa parte del coordinamento di Libera nella Locride, aveva 15 anni quando il padre, dopo aver denunciato chi gli aveva chiesto il "pizzo", venne sequestrato dalla ‘ndrangheta. Anche la madre fu rapita insieme a lui per una notte, stordita con il calcio della pistola e ritrovata nella campagna da due contadini. Lei non riesce a parlare di questa storia drammatica, e ha lasciato alla figlia il ruolo di portavoce della famiglia. "In quegli anni le cosche sequestravano le persone allo scopo di accumulare denaro per reinvestirlo nelle loro attività illecite – ha spiegato Cartisano – e diventare poi un impero anche al di fuori della Calabria. Nel nostro paese 18 famiglie furono vittime di sequestri. Tutte mantenevano un profilo basso: silenzio, trattative nascoste, pagamento del riscatto. Io decisi diversamente. Insieme ad altri giovani di Bovalino scendemmo in piazza per dire che eravamo stanchi della ‘ndrangheta, per attirare l’attenzione dei media e delle istituzioni".

Dieci anni di dolore senza notizie. I rapitori chiesero un riscatto esorbitante, ma con grossi sacrifici e aiuti esterni i familiari riuscirono a pagare. Lollò Cartisano però, a differenza di altri sequestrati, non tornò più a casa. "Trascorremmo dieci anni cristallizzati nel dolore, senza nessun tipo di sostegno psicologico da parte dello Stato, che invece sarebbe assolutamente necessario, come avviene in altri Paesi europei", ha sottolineato Deborah, citando a paragone un episodio avvenuto mentre era in Inghilterra, dove ha vissuto alcuni anni, prima di tornare a Bovalino: "Sono stata scippata e ho denunciato alla polizia inglese. Dopo due giorni mi è arrivata una lettera che mi offriva sostegno psicologico gratuito". In quel lungo periodo senza notizie la famiglia rischiava di soccombere al dolore. "Ma mio padre mi ha insegnato a reagire, a non sottostare ai ricatti e ad amare la mia terra. Per cui, con tanta difficoltà, siamo rimasti. Abbiamo messo a disposizione la nostra villetta al mare, come centro estivo per i minori". Ogni anno, il 22 luglio, nella villetta di Gioiosa Jonica la comunità celebrava messa con mons. Giancarlo Bregantini, allora vescovo della Locride. "È stato per noi una persona speciale, la nostra guida spirituale, che ci ha aiutato a fare in modo che il dolore non ci incattivisse, come accade a tante altre vittime, soprattutto a chi perde i bambini".

Il masso di Pietra Cappa. Uno dei luoghi che Lollò Cartisano amava fotografare di più, nell’Aspromonte, era il masso di Pietra Cappa. E proprio lì venne ritrovato, dieci anni dopo, il suo corpo, forse come ultimo desiderio concesso dai rapitori. L’epilogo di questa vicenda drammatica si svolse in un modo assolutamente inedito. Deborah non si stancava mai di scrivere lettere accorate ai giornali per chiedere ai sequestratori la verità, anche se tragica, per avere almeno il diritto ad una degna sepoltura e all’elaborazione del lutto. Un giorno, arrivò a casa Cartisano una lettera anonima: uno dei sequestratori si diceva "pentito" e chiedeva perdono, indicando il luogo dove era sepolto il corpo. La figlia racconta con un dolore profondo il ritrovamento del corpo: "Le forze dell’ordine lo cercarono per tre giorni. Un poliziotto che aveva particolarmente a cuore la nostra storia, scavò con le mani e lo trovò".

Il perdono. Restava aperta la questione della richiesta di perdono. "Questa è stata una nuova prova, forse una delle più difficili per la nostra famiglia, perché arrivata dopo anni – ha raccontato Deborah –. Ho sentito però che le mie lettere avevano fatto breccia nel cuore di questo sequestratore, oramai malato terminale. Aveva capito la portata del suo gesto e ho apprezzato la sua maturità. Gli chiesi di farsi avanti e pagare il suo debito con la giustizia. Lui non l’ha fatto. Forse nel frattempo è morto. Ma io ho perdonato". Gli altri sequestratori furono poi arrestati "grazie alle intercettazioni", ha sottolineato, riferendosi all’importanza di questo strumento nelle indagini giudiziarie. "Ma con loro non c’è stato nessun tipo di dialogo, perché ho capito che non erano pronti, non erano veramente pentiti".

L’impegno civile. Nel frattempo Deborah continua il suo impegno con Libera e con i familiari vittime di mafia. Quest’anno lo stadio di Bovalino è stato intitolato al padre, e non perde un’occasione per andare nelle scuole a parlare di legalità e provare a cambiare la mentalità di molti ragazzi, "purtroppo attratti dalla promessa di soldi facili e affascinati da personaggi e messaggi aberranti che vedono in tv o che li circondano". Con Libera Locride organizza ogni anno una sorta di pellegrinaggio laico, "I sentieri della memoria", a Pietra Cappa, con cartelli lungo la strada con i nomi delle tante vittime delle cosche. A queste stazioni dolorose ogni familiare racconta la propria storia, segue poi la preghiera e il raccoglimento. Durante l’ultima marcia la mamma di Deborah ha chiesto a tutti i partecipanti di portare una pietra con un fiore dipinto sopra, in segno di speranza. "Perché la storia di mio padre – ha concluso Deborah, che a sua volta è madre di una bimba di 5 anni – è una storia di cambiamento e trasformazione per me, la mia famiglia e la comunità. Ha cambiato perfino il carceriere di mio padre. Certo, sono ferite che non si chiudono mai, ma non vogliamo vivere il nostro dolore privatamente. È giusto parlare perché i nostri cari non siano morti invano. Mio padre ha pagato con la vita il suo dire ‘no’ alle cosche. Ma ha reso più facile ad altri poterlo dire".

a cura di Patrizia Caiffa – (Avigliana-Torino)