I LINGUAGGI DELLA VIOLENZA
Donne e bambini vittime di aggressioni e molestie: un seminario del Gruppo Abele
In Italia, secondo dati Istat, 3 milioni di donne dichiarano di aver subito violenza domestica, almeno 600.000 vittime nell’ultimo anno. Due milioni di donne hanno subito stalking (molestie e intimidazioni), il 30% non ne ha parlato con nessuno, il 93% non ha sporto denuncia. Inoltre, sui mass media italiani l’11% delle notizie giornalistiche riguarda la cronaca nera (contro il 2-3% negli altri Paesi europei). In tv addirittura il 30% del tempo della programmazione televisiva è dedicato a storie criminali e violenza. Sono i dati elencati dal criminologo Duccio Scatolero, che ha aperto oggi ad Avigliana (Torino), il seminario "Rel-azioni violente. La violenza e i suoi linguaggi", promosso dal Gruppo Abele fino al 18 novembre. Oltre 150 partecipanti tra operatori sociali, studenti, educatori, volontari e 55 membri della Polizia locale del Piemonte sono riuniti alla Certosa, una struttura inaugurata di recente, sorta come convento nel 1515 e completamente ristrutturata dal Gruppo Abele per trasformarla in un luogo di incontro per la ricerca spirituale, la formazione e l’impegno sociale. A Scatolero abbiamo rivolto alcune domande.
La cronaca ci riporta ogni giorno storie drammatiche di violenza su donne e bambini che avvengono spesso tra le mura domestiche. C’è un reale aumento dei casi, si denuncia di più oppure sono i media ad enfatizzare?
"Sicuramente si denuncia di più, sicuramente i media enfatizzano, sicuramente se ne parla. Però è altrettanto sicuro che sono venuti a mancare, oggi, dei supporti e dei riferimenti che possano aiutare le persone a uscire dalle proprie difficoltà senza tirare fuori un’aggressività incontrollabile. Le tante esplosioni di violenza in famiglia ci fanno dire che la famiglia è sotto forte stress, molto più di un tempo, ma non c’è nessuno che la aiuti a gestire questo stress. Se si è compressi, si salta facilmente in aria e la violenza è la più facile delle esplosioni. La carenza di aiuti e supporto alla famiglia si paga oggi con questo prezzo".
Qual è lo scandalo maggiore? E cosa può fare la comunità cristiana?
"Qui lo scandalo maggiore è il silenzio su tutti i casi che non si denunciano, sulle storie più clamorose, che hanno effetti devastanti sulle vittime. Anche da parte della comunità cristiana c’è una responsabilità micidiale nel fare finta di niente. Di cosa si parla nei corsi di preparazione al matrimonio? Perché non dire che nei matrimoni c’è anche questo? Perché non se ne può parlare?".
Anche i media hanno delle responsabilità. Quale potrebbe essere invece un loro contributo?
"Bisognerebbe usare un po’ più di leggerezza per far sentire la speranza e non rinchiudere le vittime in un angolo buio. Le pubblicità-progresso che si usano oggi in tv sono un po’ dure. Chi è dentro quelle storie non ha bisogno di specchiarsi, ma di sperare che si possa uscire da quella situazione. Allora lavoriamo per costruire la speranza. Se ci sono posti e luoghi che se ne occupano facciamoli vedere, diamo loro luminosità. E attrezziamo gli operatori con una buona formazione, per avvicinare le donne in modo giusto".
Riguardo alla violenza domestica, quali altri consigli?
"La vera scommessa si gioca oggi sul 93% delle donne che non denunciano. Rivolgo un appello a medici, preti, vigili urbani, poliziotti, farmacisti, ecc., tutti coloro che vengono in contatto con queste donne: bisogna smettere di dire loro di avere pazienza, perché il tempo non risolve niente. È necessario saper usare le parole per fare un discorso chiaro, dicendo alle donne che c’è un modo per uscirne. Perciò sono importanti tutte le iniziative come i centri d’ascolto, la creazione di alleanze con le famiglie e di comunità competenti. Gli autori delle violenze, invece, vanno fermati prima che le commettano, ai primi segnali di comportamenti sopra le righe. In questo senso possono essere utili programmi di recupero, di auto-aiuto e disintossicazione".
Ma qual è il meccanismo che sta alla base della violenza, in generale?
"È la de-umanizzazione di sé stessi e degli altri: fare violenza è come perdersi l’anima e rubare l’anima di un altro. Numerosissimi sono i motivi che spingono l’essere umano alla violenza: follia, ideologie, contro-culture come le mafie, sottoculture come gli ultras del calcio o le gang giovanili, passioni ‘ostili’ o ‘tristi’ come l’ira, l’invidia, la gelosia, la vendetta, dipendenza da alcool o droghe, possesso di armi, conflitti, situazioni di degrado umano, paura. Ci sono poi, tra i soggetti ‘normali’, le cosiddette ‘persone-cerino’, oggi molto numerose, che si accendono improvvisamente e non riescono a gestire un impulso aggressivo. Il dato di fondo è che esiste un clima generale e culturale che può favorire la de-umanizzazione: in casa, nei luoghi pubblici, sulle strade, sul lavoro, nella comunicazione e nel mondo virtuale. Spesso l’aria è carica di tensione e aggressività, soprattutto quando non ci sono figure che funzionino come presidio umano sul territorio".
Per questo motivo propone un nuovo "volontariato civico", composto da giovani, adulti e anziani, per reintrodurre "civiltà" nei territori, operando in parallelo con il volontariato tradizionale. Come lo immagina?
"Bisognerebbe cominciare a ragionare sull’idea di una ‘casa del territorio’ che sia uno spazio di ascolto. La gente è sottoposta quotidianamente a mille angherie, prepotenze, soprusi, piccole violenze. Non c’è un posto dove sfogare tutto questo bagaglio! Se vai a denunciare ti ridono dietro, però tutta questa roba ce l’hai dentro, è un fardello che pesa. Avere un posto dove andare, essere ascoltati e riconosciuti nella propria sofferenza è importante. Oggi il bisogno più grande che ha la gente è quello del riconoscimento. Essere riconosciuti nelle proprie difficoltà e nelle proprie sofferenze. Sarebbe importante avere giovani, adulti e anziani insieme. In momenti di crisi come quello attuale, bisognerebbe far passare l’idea che le ore di volontariato valgono per alleggerire il peso fiscale delle tasse, come accade in altri Paesi. Questo spingerebbe anche gli adulti in età lavorativa a ritagliarsi degli spazi e dei tempi da dedicare alla crescita civica. Ai giovani l’esperienza servirebbe per fare curriculum. Agli anziani per sentirsi ancora utili".
a cura di Patrizia Caiffa (Avigliana Torino)