VESCOVI ED EUROPA
Un seminario Cei sull’originalità del rapporto della Chiesa con l’Ue
"La conoscenza è il primo passo per affrontare in modo adeguato la grande sfida europea"; per questo, come vescovi, "abbiamo bisogno di entrare sempre più nel significato e nel funzionamento dell’Ue". Così mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, ha inaugurato il 14 novembre il seminario di studio e aggiornamento per i vescovi italiani "Chiesa e Confessioni religiose nel sistema dell’Unione europea", che si chiude domani (16 novembre) a Roma.
Affrontare sfide e cambiamenti. L’incontro, spiega mons. Crociata, è promosso dal Consiglio episcopale permanente "a seguito alle riflessioni maturate durante la 62ª Assemblea Generale (Assisi, 8-11 novembre 2010) sul significato del processo di unificazione europea e sui suoi effetti non solo nella vita delle singole nazioni ma anche in quella delle Chiese". Secondo il segretario Cei, le istituzioni europee sviluppano "un’azione di organizzazione e di indirizzo" con effetti che "toccano tutti i livelli della nostra vita istituzionale e sociale". Per questo, avverte, "abbiamo bisogno di conoscere ciò che sta avvenendo" per prepararsi a "riconoscere e affrontare i cambiamenti" che si profilano. D’altro canto, "siamo consapevoli del contributo che la Chiesa cattolica e le altre Confessioni religiose sono chiamate a offrire nella costruzione della casa comune europea, risvegliando l’attenzione dei popoli e dei governi sulle sue radici cristiane e sul patrimonio di valori che ne deriva".
I cinque nodi. Crisi demografica, immigrazione, allargamento, strategia di Lisbona e politica estera: secondo l’europarlamentare Mario Mauro sono questi "i cinque nodi su cui si gioca il futuro dell’Europa"; nodi "strettamente collegati da un comune denominatore: l’identità dell’Europa", senza la quale il continente "non potrà fare alcun passo in avanti rispetto a queste cinque sfide". Nella sua analisi del cammino percorso dall’Ue, Mauro spiega che "la crisi del progetto europeo è frutto di un approccio errato al processo d’integrazione". Oggi l’Ue deve "ritrovare la propria identità e il proprio scopo". Per questo, sostiene, "dobbiamo portare le ‘radici cristiane’ dell’Europa a essere sempre di più una realtà sentita e non una semplice questione di principio". A tale fine è importante "contrastare" le lobby "antireligiose" che hanno costruito "una politica talmente laicista da sconfinare nel fanatismo della laicità". Occorrono perciò cristiani "significativi", che "non abbiano paura di fare politica" e siano capaci di vigilare "perché chi li rappresenta non faccia una politica tecnica e calcolatrice", ma attenta alle "esigenze della verità e della persona".
Antropologia cristiana e diritto naturale. "Nel dialogo con l’Europa, l’orizzonte per la Chiesa cattolica è l’antropologia cristiana della legge naturale e i principi di diritto naturale che ne conseguono. Il contributo della Chiesa si situa a monte delle soluzioni specifiche, di natura politica o economica, programmate per la costruzione dell’Europa", precisa mons. Roland Minnerath, arcivescovo di Digione. Soffermandosi sul dialogo Chiese-Ue, per molti anni informale e ora istituzionalizzato dall’art. 17 del Trattato di Lisbona entrato in vigore il 1° dicembre 2009, mons. Minnerath osserva che esso "comprende tutto lo spettro dei temi di etica sociale", è più agevole quando si svolge su argomenti sociali ed economici, mentre "non è esagerato parlare di divario" tra i partner quando vengono affrontate le questioni relative alla vita, al genere, al matrimonio. "Crescente" la distanza "tra discorso europeo e antropologia cristiana", visibile in particolare con riferimento alla "nozione di vita umana non protetta fin dal suo concepimento" o al tema della famiglia, "circondato da imprecisione" e possibilista sul "riconoscimento dell’equivalenza delle unioni omosessuali, e del loro diritto" all’adozione.
Frutti inattesi. Tuttavia, rileva mons. Minnerath, questo dialogo porta anche "frutti inattesi", come la risoluzione di condanna degli attentati contro le comunità cristiane nel Medio Oriente (25 novembre 2010), seguita da "un’altra risoluzione del 20 gennaio 2011 in difesa del diritto dei cristiani perseguitati alla libertà di religione". Di qui la sottolineatura del "contributo specifico della Chiesa al dialogo" che "sembra poggiare su due pilastri". Anzitutto "aiutare la società europea secolarizzata a ricuperare i fondamenti antropologici sui quali è stata edificata, senza i quali lo stato di diritto, i diritti dell’uomo e il rispetto della dignità umana finiranno per autodistruggersi". Quindi "far riconoscere la specificità della Chiesa cattolica, ivi compresa nella sua configurazione giuridica di soggetto di diritto internazionale, sovrana nel suo ambito, chiamata ad operare nella società temporale come un segno della trascendenza dell’ordine escatologico". In Europa, è la conclusione dell’arcivescovo, "il domani sarà probabilmente molto simile all’oggi. Dobbiamo lavorare per il dopodomani. Mentre risulta evidente che il discorso postmoderno non è in grado di offrire un’alternativa durevole", la Chiesa rimane convinta che, "come in tempi precedenti, il progetto europeo sia capace di risorgere a partire dalle sue radici cristiane".