TERRA SANTA
La protesta della parrocchia di Beit Jala contro la confisca di terre
A circa 10 km a sud di Gerusalemme si erge Beit Jala, che con Beit Sahour e Betlemme formano il cosiddetto triangolo cristiano, perché abitate in prevalenza da palestinesi di fede cristiana, anche se ciò non si può più dire per Betlemme. Città posta sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Beit Jala conta una popolazione di circa 11 mila abitanti (80% cristiani), dedita, tra le altre cose, alla coltivazione di ulivi, alla loro lavorazione artigianale e anche alla produzione di vino, con le viti coltivate a Cremisan, sull’omonima collina tra Gerusalemme e Betlemme. Vini definiti interessanti dagli esperti, ricavati da vitigni in gran parte sconosciuti ai più (Dabouki, Hamdani Jandali, Baladi…), che fanno una delle ricchezze di questo luogo e della popolazione che lo abita. Dal 1891 la cantina Cremisan è gestita dai Salesiani che in questa città hanno due conventi, uno maschile e uno femminile. Dalla collina di Beit Jala si vede all’orizzonte il Parlamento israeliano, la Knesset, e le vallate che si stanno popolando di colonie israeliane, tra cui Gilo.
Reagire pregando. Non deve essere stata una sorpresa per gli abitanti di Beit Jala sapere che il Comitato israeliano di pianificazione ha, di recente, approvato un progetto per l’edificazione di 1.100 nuove case proprio sulle pendici sud di Gilo, colonia che sorge su terre già sottratte allo stesso villaggio cisgiordano. Avanzano le colonie e, con esse, anche il muro di separazione costruito, a detta degli israeliani, a difesa di attacchi terroristici, mentre per i palestinesi per sottrarre loro terre e risorse naturali. Ora, per consentire la costruzione delle nuove case, verrà modificato anche il percorso del contestato muro, cosa che provocherà la confisca di terre di 57 famiglie cristiane di Beit Jala e anche di una parte del convento delle suore salesiane. Per protestare contro questa decisione, venerdì 4 novembre, i cristiani di Beit Jala hanno partecipato ad una messa all’aperto celebrata dal parroco, padre Ibrahim Shomali, e da un sacerdote italiano, in servizio presso il Patriarcato latino di Gerusalemme, don Mario Cornioli. I fedeli hanno deciso di reagire così: non con la violenza ma con la preghiera.
Presenza cristiana a rischio. In una nota diffusa dalla comunità parrocchiale si denuncia "la confisca da parte di Israele dell’ultima area verde lasciata a Beit Jala, distretto di Betlemme", e si definisce "l’annessione delle terre più belle della zona di Betlemme come un attacco diretto contro il popolo palestinese e in particolare contro i cristiani palestinesi". "La nostra città sarà soffocata racconta al SIR padre Shomali con queste confische non ci sarà più possibilità di costruire abitazioni per i cristiani che saranno costretti a partire. Senza calcolare le migliaia di ulivi che rischiano di essere sradicati al di qua e al di là del muro per permetterne il passaggio. Dal 1948 ad oggi Israele ha preso 10 mila dei 14 mila ettari del territorio di Beit Jala. Chiediamo sostegno ai membri del Quartetto per il Medio Oriente (Onu, Usa, Ue e Russia) e alla comunità internazionale ed esortiamo il presidente palestinese Abu Mazen, il Patriarcato latino e la società civile a fare quanto è possibile per mantenere la terra nelle mani dei legittimi proprietari". Inoltre, aggiunge il parroco, "chiediamo che il muro non venga costruito sulle nostre terre ma sulla Linea Verde, in territorio israeliano. Il nuovo percorso della barriera toglierà impiego a tanti, specialmente a quelli che lavorano a Cremisan". A rischio, ancora una volta, è la presenza dei cristiani in Terra Santa. "Vorrei ricordare aggiunge il parroco che a tale riguardo, il Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, dell’ottobre 2010, ha affermato che è dovere della Chiesa sostenere la presenza cristiana. Per questo, chiediamo alla Santa Sede e a Benedetto XVI d’intervenire, utilizzando tutti i mezzi possibili per aiutarci a proteggere la nostra gente". Padre Shomali confida anche nel "nuovo clima che si respira in Palestina dopo la richiesta all’Onu di uno Stato. Una risposta positiva rafforzerebbe le posizioni palestinesi e permetterebbe di negoziare come Stato sovrano".
Niente pietre. "La popolazione conclude il parroco è disperata e, tuttavia, confida in Dio. Non vogliamo gettare pietre o provocare violenze, vogliamo solo giustizia, raccontare al mondo la nostra situazione e soprattutto vogliamo pregare perché il Signore ispiri i leader politici la giusta soluzione. Per questo motivo, ci ritroveremo a pregare, ogni venerdì, in un campo di ulivi. Questi alberi sono i testimoni silenziosi della sofferenza e dell’agonia di Gesù nel Getsemani. Saranno testimoni anche del nostro dolore".