SAN CARLO BORROMEO

Una comune esistenza

L’omelia del card. Angelo Scola per la solennità della diocesi di Milano

Se esiste oggi un modello di sacerdote a cui la Chiesa ambrosiana non può che guardare, questo è di certo san Carlo Borromeo. Ancora moderno, ancora attualissimo. Umile e in comunione con i propri fratelli e con il resto della comunità cristiana perché "i membri della Chiesa non sono semplicemente uniti da un intento comune, ma condividono una comune esistenza". Ha citato l’arcivescovo emerito di Westminister, card. Murphy O’Connor, l’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, per spiegare ieri sera il senso di uno dei passaggi più densi della sua prima omelia nella solennità di san Carlo Borromeo, copatrono della diocesi di Milano.

Unità che precede. I sacerdoti sono in comunione, secondo il card. Scola, grazie ad un’unità che è data dal Cristo, che sceglie di morire per i suoi fratelli. E, dunque, è proprio da qui che parte il loro percorso di presbiteri nel mondo: "L’esortazione della Lettera agli Efesini a ‘conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace’ non può essere letta sbrigativamente come una mera indicazione, pur utile, per affrontare situazioni di isolamento in cui spesso oggi il sacerdote versa e neppure per risolvere momenti talora problematici o di conflitto con i confratelli o con fedeli delle comunità che gli sono state affidate. Infatti, l’unità è l’essenza stessa della Chiesa".

L’anno della santità. In chiusura dell’anno borromaico appena trascorso, dedicato dalla diocesi di Milano alla santità, il cardinale, dopo essersi messo in ascolto dei sacerdoti durante le visite delle zone pastorali – l’ultima martedì prossimo a Milano – traccia loro il percorso da portare avanti per superare le possibili difficoltà e valorizzare le ricchezze esistenti. "Noi sacerdoti – ha affermato il card. Scola – non dovremmo mai dimenticare che l’edificazione della comunità cristiana ha un riferimento esemplare proprio nella comunione del presbiterio diocesano. E la comunione ci lega radicalmente proprio perché ci precede. È all’origine. Se la comunione del presbiterio, dono che abbiamo ricevuto nel sacramento dell’ordine, è chiamata ad offrire una forma paradigmatica del vivere in Cristo, vigiliamo ogni giorno con cura su questa unità, per non privare il nostro popolo di una grazia così decisiva".

Percorsi pastorali. Per farlo, occorre anche uscire dal proprio territorio e riscoprire i luoghi di articolazione del percorso diocesano: "Una modalità concreta per educarci alla comunione effettiva ed affettiva propria del presbiterio – ha ricordato l’arcivescovo di Milano – ci viene offerta dagli incontri nei Decanati, dal lavoro nelle Parrocchie, nelle diverse Unità e Comunità pastorali e nel continuo scambio con i Vicari Episcopali di Zona e di Settore, così come coi responsabili e con gli operatori degli uffici e dei servizi diocesani. Questi ambiti propri della nostra Chiesa particolare, che non si stanca di guardare alla Chiesa universale di cui è immagine sono infatti chiamati a diventare luoghi privilegiati per l’elaborazione di un discernimento di comunione a beneficio di tutta la Diocesi".

Spunti concreti. Per far sì che questo cammino di comunione non rimanga solo una teoria bella e astratta, l’arcivescovo di Milano ha invitato i sacerdoti a fare "una continua verifica del cammino comunitario della vita sacerdotale" per rispettare il senso etimologico della parola verifica, "fare il vero". Il percorso dunque, secondo il card. Scola, porta al discernimento, "risultato di un’esigente ma esaltante lavoro di verifica". In tal senso, "domandiamoci infatti: da dove prende forma l’esperienza ecclesiale? Solo dall’evento di Gesù Cristo che viene incontro, attraverso la realtà, alla libertà del fedele, chiedendogli di aderire alla sua Persona. Aderendo a questa chiamata, giorno dopo giorno, cioè concependo e praticando la vita come vocazione, il credente scopre, nel concreto della storia, che Cristo è via, verità e vita". Da ultimo, il cardinale ha indicato le due condizioni attraverso cui la tappa finale del discernimento non rimane un esercizio astratto: "La prima è la personale auto esposizione. Nessuno può accostarsi alla verità (tanto meno al discernimento di comunione che ne è il frutto maturo), né comunicarla senza "pagare di persona", senza rendere testimonianza, perché la verità è vivente e personale"; la seconda è "l’inesauribile disponibilità alla conversione" perché "di fronte ad una testimonianza più autorevole, di fronte a un’esperienza ecclesiale vissuta con maggior pienezza, la mia libertà è chiamata a fare un passo di adesione verso la maggior verità intravista, costasse anche la ferita della correzione fraterna".