ISRAELE
Parents Circle, famiglie segnate dal lutto per la pace
"Era una sera del 1993, nel mese di Ramadan, rientravo dopo aver prestato servizio come medico. Era ancora il tempo della prima Intifada e si registravano morti e feriti quasi tutti i giorni. Curavo, come volontario, sia palestinesi che israeliani avendo la possibilità di lavorare in due ospedali, uno palestinese a Ramallah e uno israeliano a Gerusalemme Ovest. Giunto davanti casa vidi un gruppo di persone intorno ad una persona a terra, gravemente ferita, e mi avvicinai per prestare soccorso. Quando arrivai lì mi resi conto che quello a terra era mio padre Juma". Comincia così il racconto di Adel Misk, neurologo palestinese, nato e cresciuto a Gerusalemme Est, sposato e con quattro figli. Al SIR ripercorre la sua drammatica vicenda personale che lo ha portato non alla disperazione ma alla speranza, non alla ricerca di vendetta ma alla voglia di riconciliazione; un cammino lungo, difficile, non ancora completato, di condivisione di un dolore che si fa "sapiente", in quanto insegna il dialogo e la pace. Adel Misk è stato uno dei primi ad aderire a "Parents Circle", gruppo di genitori in lutto impegnato dal 1994 a portare la pace fra israeliani e palestinesi. Famiglie che hanno perso figli e congiunti nel conflitto, che sostengono la pace cercando un accordo e la riconciliazione fra i due popoli.
Tante cose in comune. Il racconto del medico continua, la voce rotta è dall’emozione: "non ricordo cosa ho pensato in quell’istante, so solo che ho cercato in tutti i modi di rianimare mio padre, coperto di sangue, con la testa squarciata da un proiettile sparato a sangue freddo. Morì in ospedale tra le mie braccia. Mi sono sentito sconfitto, non avevo salvato colui che mi aveva dato la vita, tenuto in braccio e aiutato a crescere. Nel momento in cui lui ha avuto bisogno io non sono stato capace di farlo. Dentro di me è nato un moto di odio e di vendetta, ritenevo ogni israeliano responsabile di quella morte. Mi rivolsi alla polizia israeliana che arrestò un giovane colono che venne rilasciato il giorno in attesa del processo. Per me fu un duro colpo. Al processo, che si celebrò un anno dopo, fu condannato a quattro anni di reclusione, due da scontare in carcere e due a piede libero. Nonostante la sete di vendetta cominciai a chiedermi se fosse la violenza l’unica strada da seguire o se ce ne fossero altre". La risposta venne dall’incontro, provvidenziale, con Yitzhak Frankenthal, un padre israeliano che nel 1994 aveva perso il figlio Arik, rapito e ucciso a 19 anni da Hamas. "Per me fu una sorta di conversione confessa Misk – parlando tra noi abbiamo scoperto tante cose in comune, in primis la morte di un nostro caro, e soprattutto tante domande insolute, ‘perché è accaduto?’, ‘perché mio padre?’, ‘perché suo figlio?’, ‘cosa possiamo fare per evitare altre sofferenze?’. La risposta è che migliaia di palestinesi ed israeliani sono stati uccisi perché non c’è la pace, perché c’è occupazione militare". Yitzhak Frankenthal è uno dei fondatori di "Parents Circle" (www.theparentscircle.com), forum che oggi conta oltre 500 famiglie, di diversa fede, musulmani, drusi, ebrei e cristiani. Tanti i riconoscimenti ottenuti per la sua azione di fratellanza. Si tratta di famiglie accomunate dal diritto alla pace e alla vita rafforzato dal dolore della perdita di un familiare. Una condizione condivisa, trasformata in atteggiamento di ascolto e di dialogo. Famiglie che non si rassegnano a definire il conflitto in corso "intrattabile" ma che vogliono trasformarlo in qualcosa di "trattabile". Per questo motivo Misk ci tiene a precisare che "non si tratta di dire chi ha sofferto o soffre di più, non è una gara. Il dolore non sta da una parte sola". E rivela: "un giorno spero di perdonare. Sto lavorando su me stesso per arrivare a ciò".
Con la forza della fede. "La fede nell’unico Dio ci dona la forza per portare avanti questo impegno aggiunge il neurologo – e mi aiuta ad avere la mente aperta per dialogare. Avrei potuto anche uccidere l’assassino di mio padre ma questo me lo avrebbe ridato indietro? Avrebbe lenito il mio dolore? No. Avrei procurato dolore ad un’altra famiglia. Con fatica, cominci a vedere che c’è anche un’altra strada è possibile, e questa per me si chiama "Parents Circle". Per risolvere questo conflitto, causato dall’occupazione militare, hanno usato la forza e non ha funzionato. Vale la pena provare un modo meno doloroso risparmiando ogni goccia di sangue possibile".
Tante iniziative. "Come associazione spiega – promuoviamo iniziative nelle scuole, per insegnare ai giovani, che sono il futuro di questa terra, che vivere insieme è possibile. Abbiamo avviato una linea telefonica, "Hello Peace", dove palestinesi e israeliani possono parlare, abbiamo promosso donazione di sangue. Il nostro sangue ha lo stesso colore come lo stesso è il dolore che ci unisce. Donare sangue è altamente simbolico soprattutto se è per una causa alta come la pace e la convivenza. Vogliamo che da questo sangue versato possa nascere un accordo di pace. Se famiglie segnate dal lutto sono state capaci di rialzarsi e dialogare, allora lo possono fare anche i nostri leader. Non c’è alternativa alla pace". "Il caporale israeliano Gilad Shalit, al suo rilascio, ha auspicato la pace per i due popoli e ha detto di essere felice se tutti i prigionieri palestinesi potessero tornare dai loro congiunti, mettendo da parte la violenza. L’accordo tra Israele e Hamas può essere una strada per la riconciliazione".