EUROBAROMETRO
Le preoccupazioni dei cittadini le risposte delle istituzioni
Un sondaggio resta pur sempre un sondaggio. Eppure qualche indagine a campione, purché realizzata secondo criteri di serietà, riesce a lanciare messaggi inattesi e talvolta potenzialmente utili laddove l’intento sia quello di misurare la sensibilità dei cittadini rispetto a uno o più argomenti di valenza pubblica. In questo senso gli esiti dell’ultimo lavoro di Eurobarometro, resi noti il 7 ottobre a Bruxelles, potrebbero essere analizzati con attenzione.
Dallo "Speciale Eurobarometro sui cambiamenti climatici" si evince infatti che, oggi, i cittadini europei (ovvero un campione sufficientemente vasto e rappresentativo di essi) ritengono che le minacce che possono giungere all’ambiente e al genere umano dai mutamenti del clima seguano, per importanza, solo quelle legate alla povertà, alla fame nel mondo e alla carenza di acqua potabile, ritenute un unico problema. "Più di due europei su tre considerano il cambiamento climatico un problema molto grave", scrive Eurobarometro, istituto demoscopico generalmente ritenuto credibile. Sorprende però che le inquietudini legate al cambiamento del clima e alle sue conseguenze vengano poste prima di quelle connesse alla crisi economica, risultate in terza posizione.
Il sondaggio rivela, su un altro versante, che quasi l’80% degli intervistati ritiene che l’adozione di misure volte a combattere il cambiamento del clima "possa dare impulso all’economia e all’occupazione"; inoltre "nei 27 Stati membri è alta l’aspettativa che entro la metà di questo secolo l’Unione europea si trasformi in una società rispettosa del clima e con basse emissioni di carbonio".
Il sondaggio (le interviste sono state realizzate nel giugno corso) è stato diffuso praticamente in contemporanea con una relazione dell’Agenzia europea dell’ambiente secondo la quale l’Ue nel suo complesso sarebbe sulla giusta strada per rispettare gli obiettivi fissati a Kyoto per la riduzione delle emissioni inquinanti. L’Ue affronterà questi temi nel corso del Consiglio europeo (riunione dei ventisette capi di Stato e di governo) del prossimo 17 ottobre, quando dovrà essere messa a punto la posizione comunitaria per la conferenza internazionale di Durban sui cambiamenti climatici (28 novembre – 9 dicembre 2011).
Tornando a Eurobarometro, il sondaggio rivela altri punti che inducono qualche riflessione. Il 68% degli intervistati, ad esempio, si dice favorevole a una fiscalità maggiormente incentrata sulla tassazione del consumo energetico "e in tutti gli Stati membri i sostenitori di questa posizione sono la maggioranza". Praticamente tutte le voci registrate si aspettano che in futuro l’Europa faccia un maggior uso delle energie rinnovabili. Invece la lotta contro il cambiamento climatico è vista "come una responsabilità che incombe essenzialmente sui governi nazionali, sull’Unione europea e sulle imprese", mentre solo una persona su cinque riflette sulle responsabilità individuali, dicendosi disposta a mutare almeno in parte il proprio stile di vita (raccolta differenziata dei rifiuti, risparmio energetico, risparmio idrico, minor utilizzo di mezzi a motore…) pur di inquinare meno il pianeta.
Connie Hedegaard, commissaria responsabile dell’azione per il clima, ha commentato: "Questo sondaggio mostra che i cittadini d’Europa sono consapevoli che esistono altre sfide oltre a quelle economiche"; inoltre, "una chiara maggioranza di europei si aspetta che i responsabili politici e i leader economici affrontino seriamente e con urgenza la grave sfida posta dal clima". La Hedegaard, danese, che aveva svolto un ruolo di primo piano nella fallita conferenza di Copenaghen centrata proprio sui mutamenti climatici e ambientali, si guarda bene da qualche ulteriore sottolineatura che potrebbe essere suggerita dal documento di Eurobarometro.
Come non chiedersi, anzitutto, sulla base di quali conoscenze si esprime un cittadino qualunque su temi tanto complessi, in cui gli elementi scientifici appaiono prevalenti? Quale, dunque, l’influsso esercitato sull’opinione pubblica dai mass media piuttosto che dalla comunità scientifica? Come possono i timori legati al progressivo deteriorarsi dell’ambiente essere percepiti come più stringenti rispetto a quelli, concreti e visibili, che derivano dalla recessione economica? E perché vengono poste in evidenza le responsabilità collettive rispetto al clima, mentre quelle individuali che in qualche modo precedono le collettive rimangono sullo sfondo?
Le domande potrebbero moltiplicarsi. Certamente le preoccupazioni espresse dai cittadini sono reali e genuine; non meno importante si delinea una decisa azione politica ed economica intesa a preservare il Creato, e con esso l’umanità. Non da ultimo, uno sforzo comune per educare al rispetto ambientale, maturando stili di vita più "sostenibili", appare oggi più che mai irrinunciabile.