TRAGEDIA DI BARLETTA

Un monito per tutti

Al Sud come al Nord s’impone una svolta

Altra tragedia sul lavoro: stavolta a Barletta, lunedì scorso, per il crollo di una palazzina sotto le cui macerie hanno perso la vita quattro giovani operaie tessili e la quattordicenne figlia dei titolari del laboratorio. Barletta, città nota in diocesi perché luogo di provenienza di molte suore di una congregazione che da sessant’anni opera nel nostro territorio, città che ho imparato a conoscere io stesso in ricorrenti viaggi cogliendone la crescita di questi decenni, che l’ha portata ai circa centomila abitanti e fino a diventare provincia con Andria e Trani (Bat). Una crescita però disordinata, di cui la tragedia di questi giorni mette in evidenza due aspetti drammatici, diffusi, del resto, in tante altre zone del Sud (ma anche del Nord): l’incuria unita alla speculazione edilizia e la piaga del lavoro nero. Una "sciagura inaccettabile" l’ha definita Napolitano; una sciagura però, come altre volte, annunciata. Non solo dai ripetuti scricchiolii dell’edificio, ma da una situazione di precarietà e illegalità permanente in cui l’inabitabilità di uno scantinato fa il paio con il lavoro sottopagato.
Lo sgomento e l’angoscia di lunedì tra gli abitanti del grosso centro pugliese – come ci è stato testimoniato da amici – si sono mutati in mesto lutto il giorno dopo per esplodere in rabbia in quello successivo. Rabbia e protesta per situazioni intollerabili di connivenze tra politici e palazzinari e di sfruttamento del lavoro oltre i limiti della decenza (14 ore al giorno per 4 Euro all’ora in un locale senza la minima sicurezza). Situazioni presenti un po’ dappertutto, che mettono a nudo incoerenze e ingiustizie, miseria e illegalità, rassegnazione e vani tentativi di riscatto. Sappiamo cosa si dovrebbe fare, ma non c’è volontà e forza di praticarlo: dai controlli reali sulla sicurezza nel lavoro e del lavoro ai piani regolatori rispettosi dell’ambiente. Ma non solo, poiché si tratta – anche qui da noi – di cambiare mentalità e sistema di vita. Crescita e sviluppo non possono essere infiniti; guadagno e sfruttamento non possono non avere limiti!
Il campanello d’allarme della crisi può ammonirci a progetti più dignitosi e insieme meno presuntuosi per tutti. Sviluppo sostenibile dovrebbe essere la parola d’ordine del futuro, a partire già da oggi. Sapersi accontentare di meno tutti per poter vivere meglio tutti potrebbe essere uno slogan da capire a fondo e da condividere, pensando anche al Sud del mondo e ai tanti sud della nostra stessa Italia. Le vittime di questa ennesima tragedia stanno a ricordarci che la vita vale più del lavoro e ogni persona più di mille cose o case.

(*) direttore "Nuova Scintilla" (Chioggia)