CASO MEREDITH
Il dolore composto della famiglia Kercher
La lettura della sentenza della Corte d’assise d’appello di Perugia, che ha assolto per non avere commesso il fatto Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di avere ucciso la studentessa inglese Meredith Kercher, è stata trasmessa la sera del 3 ottobre in mondovisione. Non solo dirette sulle televisioni italiane, ma anche sui più importanti canali televisivi inglesi e nordamericani (Cnn, Cbs, Fox News, Abc). Con informazioni e immagini in tempo reale sui siti Internet dei più prestigiosi quotidiani di Inghilterra e Stati Uniti. Ma non solo. Tra gli oltre 400 giornalisti accreditati a Perugia per seguire il processo c’erano inviati, fotografi ed équipe televisive di Francia, Germania e altri Paesi europei e asiatici e, perfino, di Al Jazeera, la maggiore emittente televisiva del Qatar e del mondo arabo.
Piazza Matteotti, davanti alla sede del Tribunale, è stata trasformata in un grande studio televisivo, con furgoni, antenne paraboliche, riflettori e cavi. In ogni angolo giornalisti impegnati in dirette televisive e a caccia d’interviste con microfoni e telecamere che spuntano da tutte le parti.
Il brutale delitto di Perugia è un caso internazionale non solo per la sua efferatezza, ma anche per il coinvolgimento di giovani di varie nazionalità e poi per la presenza di Amanda, la "star" di quella che è diventata una fiction, già protagonista di un film e di una decina di libri. Amanda che sorride e piange, suona la chitarra alla messa in carcere, studia lingue, scrive poesie, lettere, memoriali. Per lei, dopo la scarcerazione, si preannuncia come ha scritto un autorevole giornale inglese "un futuro di fortuna". Nel cinema, in televisione, come scrittrice? Tutto è possibile.
Una fiction che dura da quattro anni e, come in tutti gli spettacoli, la gente si appassiona alle sorti dei protagonisti. Colpevoli? Innocenti? Sui media internazionali si avvia una sorta di processo mediatico parallelo a quello che si svolge nelle aule di giustizia. A volte si ha la sensazione che anche le parti processuali delineino le loro strategie in funzione delle esigenze dei media. "È stata una Caporetto dell’informazione dirà dopo la lettura della sentenza il pm Giuliano Mignini mai vista una tale pressione mediatica, non si può andare avanti così". L’informazione ai tempi di Internet richiede il coinvolgimento e la partecipazione di chi guarda, ascolta, legge. Ed ecco i sondaggi sui siti, nelle dirette televisive. Colpevoli o innocenti? C’è perfino un sondaggio condotto tra gli universitari italiani dal portale Universinet.it con 6.130 risposte: colpevolisti 48% e innocentisti 44%. Anche giornalisti e opinionisti, in questo grande salotto televisivo mondiale, si schierano. Tutto è ormai un talk show…
La sera del 3 ottobre alcune centinaia di persone affollano piazza Matteotti e, quando arriva la notizia della sentenza di assoluzione, si sentono fischi e grida di "vergogna". Applausi invece tra i furgoni delle televisioni americane. Proprio come in un talk show che si rispetti.
E pensare che, prima della sentenza, il presidente della Corte d’assise d’appello, Claudio Pratillo Hellman, aveva ricordato ai presenti che "non è una partita di pallone" e "non c’è spazio per tifoserie contrapposte". "Ricordiamoci che è morta una ragazza", aveva aggiunto chiedendo "rispetto e silenzio al momento della lettura del dispositivo".
Ma nel processo mediatico per la morte di Meredith c’è poco spazio per il dolore dignitoso dei suoi familiari, che rifuggono interviste e telecamere per poi accettare all’indomani della sentenza un incontro con i giornalisti, durante il quale non nascondono di non capire la sentenza di assoluzione, ma confermano la fiducia nella giustizia italiana. "Chi sono le altre persone responsabili?", si chiede il fratello di Meredith. "La famiglia aggiunge non ha alcun interesse a vedere in prigione Raffaele e Amanda o chiunque dimostri di non essere colpevole. Rimane comunque l’interrogativo sugli altri responsabili oltre a Rudy". E poi la conclusione amara della mamma Arline: "Resta che mia figlia non tornerà a casa…".