IMMIGRAZIONE
A Lampedusa scontri e feriti dopo l’incendio al Cie
A Lampedusa la tensione è alle stelle, dopo l’incendio doloso di ieri sera al Centro di Contrada Imbriacola, dove erano ospitati 1.300 migranti tunisini in attesa di rimpatrio coatto. Oggi decine di persone, tra migranti e forze dell’ordine, sono rimaste ferite dopo gli scontri che hanno coinvolto alcune centinaia di tunisini che stavano manifestando, le forze dell’ordine che li hanno caricati e un gruppo di abitanti di Lampedusa che protestano contro la presenza sull’isola dei migranti. Nel frattempo sono partiti alcuni voli aerei per trasferire i migranti verso altri centri in Italia, ma la situazione è molto tesa. Ne abbiamo parlato con Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione di Caritas italiana.
C’è molta tensione a Lampedusa. Quali sono le cause?
"I lampedusani stanno un po’ rivivendo la situazione di gennaio. C’è la sensazione di un nuovo assedio e di indeterminatezza, che si scontra con le promesse governative della scorsa settimana di effettuare al più presto i trasferimenti verso la Tunisia. A quanto pare questi accordi non funzionano perché i tunisini continuano ad arrivare e i rimpatri vanno a rilento. Oramai la regola principale è che in un’isola come Lampedusa non possono sostare numeri così elevati di migranti. Anche se saranno comunque rimpatriati è meglio distribuirli in Italia per evitare situazioni come queste. È evidente che gli assembramenti sono un disagio per tutti: per le forze dell’ordine, costrette ad un’attività oltre le aspettative; per la popolazione, che è sempre in una situazione di precarietà, con tanta polizia in giro. Tutto ciò non giova a nessuno".
Come si è arrivati a queste cifre, oltre 1.300 tunisini nel Centro?
"C’è stato l’arrivo inaspettato di centinaia di tunisini. Ci si aspettava che gli accordi con la Tunisia funzionassero benissimo, invece non è stato così. È chiaro che oltre mille persone trattenute in quelle condizioni portano a situazioni di estrema gravità. Se su mille persone vi sono tre/quattro facinorosi è un tasso naturale. Allora è necessario un grosso lavoro per decongestionare in tempi rapidissimi il Centro e intercettare le persone meno affidabili. Purtroppo non è stato fatto. L’idea di non trasferirli sulla terraferma per non farli fuggire non è servita. I trasferimenti verso la Tunisia vengono fatti ma in numeri ridotti. Non c’è una procedura unica, alcuni vanno nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione, ndr) e poi rimpatriati. Ma questo non è semplice ed è l’origine delle proteste. Aumenta la presenza di persone nel Centro e succede quello che succede".
Qual è l’auspicio?
"L’auspicio è di trovare presto una soluzione affinché Lampedusa non debba tornare periodicamente a vivere situazioni di questo tipo. Il meccanismo non funziona dunque così bene. Bisogna ripensarlo nell’ottica di una sicurezza reale".
Il sindaco di Lampedusa lamenta l’assenza delle istituzioni e descrive una situazione di guerra civile. C’è il rischio di un’esasperazione mediatica della contrapposizione tra immigrati e cittadini?
"Da un lato posso comprendere l’esasperazione del sindaco, che da anni deve far fronte da solo a questa situazione. Dall’altro bisogna pensare che ogni dichiarazione ha un peso enorme e bisogna essere un po’ equilibrati per far comprendere la situazione a tutti. Anche perché l’opinione pubblica deve ragionare su un fenomeno molto più grande di quello che sta oggi affrontando Lampedusa. Chi è responsabile di questi atti va perseguito ma non dimentichiamo che sono atti che nascono dall’esasperazione, derivante da un trattenimento nel Centro che dura troppo, in un contesto lampedusano non facile. Se le detenzioni si protraggono di qualche settimana la storia ci ha insegnato che, ahimè, accadono fatti di questa portata".
Sul territorio italiano ci sono poi i profughi dell’Africa sub-sahariana arrivati dalla Libia. Le diocesi e le Caritas locali ne accolgono a centinaia. Com’è la situazione?
"Sulla terraferma la distribuzione in piccoli numeri aiuta la gestione delle persone. L’accoglienza che stiamo facendo con gli africani sub-sahariani ci ha permesso di agire in situazione di tranquillità. Non abbiamo mai registrato grosse tensioni. Ma c’è un grosso problema: bisogna capire come comportarsi con i profughi dalla Libia, che stanno facendo ricorso in massa contro i dinieghi delle commissioni territoriali alla richiesta di asilo, senza avere una prospettiva chiara. Anche di fronte a un eventuale rifiuto da parte del giudice, che accadrà a queste persone? È difficile pensare che prima si viene accolti come profughi e poi, se non ci sono le condizioni, ti dicono di tornare a casa. Dove? Come? In quel caso bisognerà affrontare tutto il discorso dei rimpatri eventuali di queste persone. La situazione è abbastanza incandescente e bisognerà avere il coraggio di fare delle scelte politiche, non tecniche, su come affrontare la questione".