XXV CEN

Un’impronta visibile

A colloquio con mons. Menichelli

Ieri, giovedì 8 settembre, si è svolta in serata ad Ancona una solenne processione eucaristica, con la presenza di decine di vescovi, centinaia di preti, religiosi e religiose da ogni parte d’Italia e un largo concorso di fedeli, pellegrini, partecipanti al Congresso. Particolarmente suggestiva la presenza di decine di confraternite e sodalizi, anche loro di varie regioni italiane, con stendardi, crocifissi, abiti e indumenti liturgici finemente lavorati e dalle fogge antiche, talune di origine medievale. Al termine della processione, nella zona del "Passetto" di Ancona, tra le più spettacolari sul lungomare della città, il SIR ha intervistato l’arcivescovo Edoardo Menichelli.

A questo punto, dopo la grande processione che ha attraversato con migliaia di partecipanti l’intera città, il Congresso eucaristico può dirsi incamminato con dei contenuti "forti" verso la sua conclusione in attesa dell’arrivo del Papa?
"Sì, a me pare proprio che queste prime giornate del Congresso ci abbiano offerto in se stesse una indicazione, che riassumo così: innanzitutto c’è un grande desiderio di preghiera, una preghiera intensa, ‘non obbligata’ ma molto partecipata nelle varie celebrazioni. E l’altra sottolineatura di questi giorni è la voglia di ascoltare, di comprendere, soprattutto di ricevere indicazioni da noi, Chiesa, su come l’Eucaristia può scendere nella vita. E poi, come contorno di tutto questo, mi pare di poter notare una serenità e una cordialità rara. Soprattutto con questa processione credo che abbiamo dato un’immagine di Chiesa così come Gesù Cristo la vorrebbe".

La cosiddetta era "post-cristiana", come la chiamano i sociologi, non è quindi così povera di cristianesimo?
"A me non piacciono né gli slogan né le frasi fatte. Il cristianesimo, cioè Gesù Cristo, è uno che bussa. Io dico: Gesù Cristo cerca casa e lui nel Vangelo ci ha detto: là dove mi aprono io entro. Il cristianesimo ‘cerca casa’. Non c’è un’era pre-cristiana, una cristiana, una post-cristiana. C’è invece la storia dell’uomo che cammina, che continua. Questa storia ha bisogno di soprannaturalità. Questo, ne sono convinto, l’uomo se lo deve mettere in testa, perché da solo è poca cosa, anche se – alla luce di Dio – è una grande cosa".

Lei al termine della processione, ha proposto una preghiera anche per coloro che credono che Dio non esista.
"Più per coloro che credono che Dio non esiste, la preghiera è stata per coloro che pensano di poter fare a meno di Dio. Oggi c’è questa sorta di esagerata sufficienza. Noi abbiamo rispetto dei pensieri, degli approfondimenti, delle idee di ogni uomo e di ogni donna. Tuttavia non ci stancheremo mai di dire che l’uomo trova la sua pienezza nelle parole della verità, e la verità è soltanto in Dio".

Che dire della religiosità popolare, di Ancona, della regione e più in generale dell’Italia contemporanea?
"Questo, mi pare, è un patrimonio che non possiamo distruggere. Basta che uno, anche non credente, cammini per le nostre strade e vede un’impronta della religiosità. È come se nel nostro popolo si fosse sedimentata la fede, nel senso che essa si è resa visibile, nell’arte, nelle grandi basiliche, nelle piccole edicole per strada: insomma questa è una religiosità affondata nel cuore di questo popolo e occorre saperla nutrire".

Cosa dirà al Papa quando domenica lo accoglierà ad Ancona?
"Gli dirò che ci conforti nella fede, perché il compito del Santo Padre, così come Gesù dice, è proprio quello di confortare e di rendere solida la fede dei suoi figli".

a cura di Luigi Crimella – inviato SIR ad Ancona