ELEZIONI PRESIDENZIALI
Ultime battute della campagna. Urne aperte il 22 aprile per il primo turno
"Quando una palla è in discesa, rotola". Usa un’immagine apparentemente ovvia il tassista di Strasburgo, folti baffi da Asterix, per spiegare le sue personalissime previsioni sulle presidenziali di domenica 22 aprile. "Hollande è lanciato chiarisce , Sarkò si è fermato". Così, a pochi metri dalla sede dell’Europarlamento di Strasburgo, mentre tre giovani attaccano un manifesto elettorale a sostegno dell’attuale inquilino dell’Eliseo, s’innesca un rapido scambio di vedute fra il conducente e il giornalista, straniero e curioso. "Qui in Alsazia puntualizza l’opinionista della strada abbiamo creduto a Nicolas Sarkozy e la volta scorsa abbiamo votato per lui. Ma poi è arrivata la crisi economica, che pesa su tutti. Il governo non ha risolto i problemi, forse non ha potuto farlo. Per questo, secondo me, Sarkozy è condannato. Come è successo ai leader in altri Stati europei".
Una sintesi, magari un po’ troppo essenziale e semplicistica, di quanto si avverte in Francia a poche ore dal voto. La sessione plenaria del Parlamento Ue ha portato a Strasburgo deputati, assistenti, giornalisti, funzionari dell’Unione che per quattro giorni, dal 17 al 20 aprile, hanno lavorato attorno a un ordine del giorno piuttosto fitto. Ma, a differenza del passato, gli "ospiti" europei hanno seguito distrattamente il voto francese che, nonostante qualche sortita, non sempre felice, di respiro europeo e internazionale, si è giocato quasi tutto in chiave interna.
In effetti Sarkozy, che nel 2007 aveva raccolto attorno a sé la stragrande maggioranza dei cittadini con un programma di riforme legate fra loro da un forte accento nazionale, arriva questa volta alle urne logorato dalla crisi, che in Europa ha già fatto diverse "vittime politiche": quasi ovunque si sia a andati al voto, i premier o presidenti in carica hanno dovuto cedere il passo agli antagonisti, sostenuti dal malcontento popolare. In più Sarkò deve scontare il fatto che, annusata l’aria difficile, molti amici di partito (Ump, neogollista), componenti del governo e intellettuali, hanno deciso di "scaricare" il presidente. Al quale va peraltro riconosciuto che in questi anni ha mantenuto una discreta parte delle promesse della scorsa campagna, ha rafforzato (pur con qualche tentennamento) la posizione della Francia sulla scena globale, ha premuto l’acceleratore sul tema dell’identità nazionale, con una complessiva pacificazione interna (le banlieues in fiamme sono fortunatamente solo un ricordo). Da Parigi è anche partito l’impulso per l’intervento internazionale in Libia e il presidente è stato uno dei politici europei più attenti al fenomeno della "primavera araba". Sul conto di Sarkozy vanno invece ascritte recenti uscite che hanno messo in dubbio il suo pur originale europeismo (indipendenza della Bce, fondo salva-Stati, chiusura delle frontiere, interessi agricoli nazionali…) e fatto vacillare il tandem politico con la cancelliera tedesca Angela Merkel: la quale si è defilata dall’impegno di sostenere il collega in vista delle votazioni.
Sul versante opposto è cresciuto il socialista François Hollande, sospinto forse più dalle difficoltà dell’avversario che non da "virtù" proprie. Il candidato del Pse non ha esperienze di governo e non brilla per originalità di proposte, ma di certo è riuscito a trasformare in chiave di consenso per sé gli ostacoli frappostisi sulla strada di Sarkozy. Ha puntato sul rilancio economico, sulla creazione di posti di lavoro (promesse che funzionano sempre per accaparrare preferenze), ha girato le spalle all’Ue minacciando una revisione del "fiscal compact", recente trattato sul rigore di bilancio. Hollande ha invece osato rispolverare parole che sembravano scomparse dal vocabolario della politica (anche da quello di Sarkozy), come solidarietà, giustizia sociale, crescita. Sarebbe forse stato utile spiegare con quali soldi perseguirà tali obiettivi, ma anche questo fa parte del gioco politico.
Restano poi altri otto candidati all’Eliseo, tre dei quali ben posizionati nei sondaggi (che ancora oggi assegnano un lieve vantaggio a Hollande al primo turno su Sarkozy): il centrista François Bayrou, corteggiato dai due sfidanti principali in vista del ballottaggio del 6 maggio; la leader del Fronte nazionale di estrema destra, Marine Le Pen; il populista di sinistra Jean-Luc Mélenchon.
I commentatori dei principali media d’Oltralpe si concentrano poi sull’incognita dell’astensione, che vedrebbe un terzo degli elettori disertare le urne e costituire così, come si afferma, "il primo partito di Francia". Resta infine una Francia divisa, un po’ disillusa da una politica che non è sembrata in grado di fornire ricette convincenti in vari settori della vita civile, dalla competitività all’istruzione, dal diritto di famiglia alle politiche energetiche, dalla cultura alle pensioni, dall’immigrazione alla fiscalità, dalla riforma dell’amministrazione pubblica alle questioni di politica estera. Chiunque sarà scelto per guidare la Francia che resta uno dei grandi "motori" d’Europa avrà certo molto da fare nelle stanze dell’Eliseo.