CRISI E SPESA SOCIALE
Disabilità: una proposta per più giustizia e meno costi
"L’assistenza sociale è un settore del welfare che non è mai stato riformato ma questa crisi economica potrebbe spingere le istituzioni verso una riorganizzazione che si è ormai resa necessaria". È il pensiero di Emanuele Ranci Ortigosa, direttore scientifico e presidente emerito dell’Istituto per la ricerca sociale (Irs), già docente all’Università di Siena, Ca’ Foscari di Venezia e al Politecnico di Milano. Riccardo Benotti, per il Sir, lo ha intervistato per riflettere sulle politiche sociali indirizzate al mondo della disabilità e della non autosufficienza, alla luce dell’attuale situazione economica e nei giorni della discussione parlamentare del disegno di legge sulla delega fiscale.
La crisi ha imposto un taglio delle risorse che ha colpito, in particolare, la spesa sociale…
"In questi anni abbiamo assistito ad una riduzione progressiva della spesa sociale, in particolare quella relativa all’assistenza. Confrontando i dati del 1997 e quelli del 2010 si nota che tra le diverse voci di protezione sociale, mentre la previdenza e la sanità sono cresciute, la spesa per l’assistenza si è ridotta. È una tendenza che, a causa della crisi economica, si è particolarmente accentuata e da quest’anno si cominciano ad avvertire i tagli in maniera significativa".
È possibile immaginare altre forme di intervento anche in tempi di ristrettezze?
"Sono due le strade che si possono percorrere. Da una parte la revisione e l’arricchimento delle politiche sociali con la valorizzazione di tutte le risorse disponibili, non solo quelle economiche. Deve essere impostato un nuovo rapporto con il singolo portatore di bisogno che non è soltanto un soggetto da assistere ma è una persona con cui dialogare per progettare il suo futuro. Inoltre, è importante connettere tra loro le risorse e prestare attenzione al territorio. Se si vogliono comprendere i bisogni della persona e riconoscere le risorse del contesto sociale, è fondamentale partire dal territorio. D’altra parte occorre rivedere l’attuale sistema assistenziale che è impostato su misure centralistiche, sostanzialmente di carattere amministrativo-burocratico, che non sono in grado di intercettare e rispondere alla specificità dei bisogni".
Si parla, da anni, di un aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza che dovrebbero garantire un servizio migliore e più omogeneo sul territorio nazionale…
"Mettere mano alle erogazioni di risorse tradizionali suscita ovviamente allarme sociale, perché le persone che ne beneficiano non possono essere esposte a situazioni di incertezza. In tal senso, la riforma dell’assistenza sociale può essere attuata solo definendo contestualmente dei livelli essenziali di assistenza (Lea, ndr) in termini di diritti soggettivi esigibili e standard di servizi. Il diritto esigibile rassicura la persona e gli standard garantiscono una copertura adeguata di servizi ed erogazioni monetarie. Bisogna definire dei Lea adeguati al nostro grado di sviluppo socio-economico, fissando dei livelli che siano obiettivi e stabilendo tabelle di marcia per conseguirli a partire dalle situazioni reali nelle diverse Regioni. L’obiettivo sarà comune anche se con tempi e ritmi differenziati".
Rispetto al tema della disabilità e, più in generale, delle fragilità sociali, quali strade si possono percorrere per dare risposta ai bisogni delle persone?
"Le attuali erogazioni monetarie non sono le misure più appropriate e spesso non sono nemmeno adeguate. Non si deve partire dalla definizione amministrativa ma dal bisogno. Analizzare la situazione delle persone portatrici di disabilità, vedere i loro bisogni specifici rapportati anche al contesto ambientale e familiare, costruire un progetto mirato. Alle volte la risposta potrà essere di tipo monetario, altre sarà necessario un intervento di assistenza. La politica sociale tedesca, ad esempio, prevede una ‘dote di cura’ della persona calibrata sulle esigenze delle diverse disabilità. Non una misura uguale per tutti ma un’azione rapportata al fabbisogno di assistenza della situazione concreta. D’altronde, vista la difficoltà nell’ottenere risorse, credo che prima o poi bisognerà ricorrere a forme di compartecipazione per la copertura dei costi aggiuntivi. L’argomento, sebbene controverso, meriterebbe una riflessione condivisa anche da parte del mondo associativo".
Una riforma del welfare potrebbe contribuire alla riduzione della non equità sociale, rilanciando anche la crescita dell’Italia?
"Una premessa è d’obbligo: la spesa assistenziale ammonta a 62 miliardi di euro e non si riduce agli 8 del federalismo. Una manovra, dunque, sarebbe decisamente sostanziosa e riguarderebbe circa 4 punti di Pil. Se analizziamo la distribuzione sociale per classi di reddito delle attuali erogazioni monetarie, si nota che una quota significativa è destinata a famiglie con redditi elevati. Sembra assurdo che, mentre ci sono larghe fasce di popolazione in situazione di povertà e senza alcuna misura a loro favore, gli interventi integrativi al reddito finanziati dalla fiscalità generale vadano a famiglie benestanti. Si tratta di una questione di equità sociale che potrebbe essere sanata da una revisione del sistema. Una riforma, poi, renderebbe più efficace la spesa assistenziale che al momento ha un effetto modesto nell’abbattimento della povertà rispetto ad altri Paesi. Con una riforma potremmo migliorare, quindi, sia l’equità che l’efficacia. Inoltre, ci sarebbero anche notevoli possibilità occupazionali: dal settore del supporto alle famiglie alle misure di inclusione e assistenza alla non autosufficienza. Crescerebbe l’occupazione, in particolare quella femminile, a testimonianza che la spesa in campo sociale è un fattore di sviluppo".