MORTE E CULTURA
Una riflessione di mons. Mariano Crociata sul Rito delle esequie
Le esequie "non sono uno spettacolo", ma un rito liturgico che ha un importante "dimensione collettiva", rappresentata dalla "peculiarità" del rito liturgico cristiano. A ricordarlo è stato mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, intervenuto oggi alla Commissione presbiterale italiana. Riferendosi alla seconda edizione del Rito delle esequie in lingua italiana, presentata il 2 marzo scorso, il presule ha fatto notare che nella nostra società che qualcuno ha definito "post-mortale", in quanto "mette a tacere la morte e tende a rimuoverla, come esperienza, dalla coscienza degli individui" la morte "sembra scomparsa dall’orizzonte della vita quotidiana, mentre paradossalmente sono sempre più spettacolarizzate le sue rappresentazioni mediatiche, fino a dare la forma di fiction alla stessa violenza reale che distrugge e semina rovina". I luoghi del morire, oggi, "sono diventati gli hospice per i malati terminali e gli ospedali; si cerca accuratamente di evitare ai bambini la visione dei familiari morti, con la scusa che potrebbe turbarli, anche se questo li rende analfabeti e muti di fronte a un evento che è parte importante della vita". Quello della morte, dunque, diventa "un fatto privato per le persone ‘comuni’ o pubblico per le celebrità: un evento che si vive in solitudine, senza strumenti per elaborarlo interiormente e socialmente, perché il linguaggio della contemporaneità li ha cancellati dal suo vocabolario; oppure un evento che si consuma sotto i riflettori, un evento mediatico che fa notizia per un paio di giorni".
Un rito di passaggio. "Nelle società non ancora raggiunte dall’attuale livello di secolarizzazione la morte non era affatto una questione privata", ha sottolineato mons. Crociata: "Già dall’antichità, infatti, i riti funebri conoscevano una ricchezza e una complessità che rimandava spontaneamente al carattere di mistero della morte, da trattare con solennità e rispetto, ma anche quasi con una certa familiarità, perché mistero che accoglie, non che schiaccia; ma soprattutto manifestavano ad evidenza il carattere collettivo di questo evento, perché non riguarda solo il defunto e la sua famiglia, ma l’intera collettività e tutto il genere umano". Il rito funebre, in questa prospettiva, ha la funzione "di accompagnare chi è direttamente colpito dal lutto, e di preparare chi lo sarà in seguito, in un cammino che non è né privato né pubblico ma, appunto, collettivo e comune. Il carattere pubblico si ferma alla visibilità, mentre il carattere comune assume un rilievo antropologico, perché riguarda l’essere umano in quanto tale". Per questo il rito delle esequie si iscrive tra quelli che sono stati definiti "riti di passaggio", che è "la fase più delicata: quella dove ci si può perdere, dove nelle società più tradizionali si rischia di mettere a repentaglio l’ordine sociale, mentre nelle società ‘liquide’ come la nostra si rischia di vedere accresciuto il senso di caos, la mancanza di significato, il nichilismo". Di qui l’importanza della "dimensione rituale" delle esequie, che "non ha solo una funzione consolatoria, ma è un mezzo e un messaggio che iscrive l’evento inevitabile della morte in una cornice di senso. La tristezza e il senso di perdita di chi resta non viene cancellato, ma libera dall’angusto orizzonte del non senso, che genera angoscia e disperazione, e dal vuoto che corrode la vita".
La dimensione collettiva. Per mons. Crociata, la "dimensione collettiva, sostenuta dalla speranza, ha una funzione fondamentale, perché il portare insieme il peso della sofferenza, il com-patire, il ricordare insieme la persona defunta come testimoni del suo passaggio sulla terra, l’aiutarsi a vicenda a raccogliere l’eredità di chi ci ha lasciato, costituiscono modalità non spettacolari, ma umane e umanizzanti, di vivere la profonda congiunzione di vita e morte nelle nostre esistenze, e di prepararci con fiducia al passaggio verso una nuova vita". Il "senso cristiano" del morire viene dalla morte e risurrezione di Gesù, grazie al quale "non si nasce più per morire, ma immersi nella morte di Gesù, si cammina verso la vita eterna". Questo significa che "nell’ora della morte, ai battezzati la vita non è tolta, ma trasformata. Perciò la Pasqua di morte e di risurrezione di Gesù illumina anche il vivere e il morire del cristiano. Come per il Maestro, anche per il discepolo, l’evento del morire non può sottostare semplicemente alla necessità biologica e neppure obbedire alla legge della maledizione del peccato. Chi vive da discepolo diviene partecipe del mistero della Pasqua del Signore risorto; non servirà a sfuggire alla morte, ma servirà a scoprire che nella morte è stata aperta una via verso la vita piena e duratura". "Morte e lutto rimangono comunque esperienze drammatiche", e non mancano "tentativi di censurare e rimuovere la durezza di tali esperienze", ha detto mons. Crociata: il "primo compito" del ministero della consolazione sarà dunque quello di "educare a non fuggire alla realtà della morte e del lutto", un "genere unico di prova, che può condurre a un’accoglienza più realistica del mistero della vita e della relazione con l’altro oppure, al contrario, al rifiuto di ogni relazione".