PARTITI E POLITICA

Arduo ma doveroso

Il cambiamento richiamato anche dal presidente della Repubblica

Sono tutti molto preoccupati. I cittadini, perché le notizie di malversazioni si moltiplicano, da Nord a Sud. E la classe dirigente politica, perché sente franare la legittimazione. Forse il movimento di protesta di turno può incassare nelle elezioni il dividendo dell’indignazione muta e disillusa. Ma il pericolo è sistemico, quella che vent’anni fa Luciano Cafagna chiamò "la grande slavina" e bisogna preoccuparsi davvero. Certo, i vuoti sono sempre riempiti, ma il rischio è (ancora una volta) che lo siano al ribasso. E il rischio decadenza del complessivo sistema-Paese non è poi tanto teorico.
Di questo clima greve si è nuovamente fatto interprete il presidente della Repubblica, commemorando Benigno Zaccagnini, protagonista, ormai trentacinque anni fa, del "rinnovamento" della Dc.
Napolitano, citando le parole del politico e prima partigiano cattolico di Ravenna, ha definito "il partito come strumento. Ecco, il partito e la politica possono e debbono ancor oggi essere questo. Non sono il regno del male, del calcolo particolaristico e della corruzione". Ha tenuto a ricordare, accanto al "marcio", i non pochi "esempi passati e presenti di onestà e serietà politica, di personale disinteresse, di applicazione appassionata ai problemi della comunità", concludendo: "Guai a fare di tutte le erbe un fascio, a demonizzare i partiti, a rifiutare la politica".
Eppure oggi la gente vuole fatti, mentre le tasse aumentano, i servizi diminuiscono, i posti di lavoro e le retribuzioni sono tagliati e con questi le prospettive dei giovani e dei padri e delle madri di famiglia. Certo, il dimagrimento può fare bene, ma bisogna cominciare dall’alto, o quantomeno da quello che è più visibile. Il capo dello Stato ha concluso esortando a muoversi velocemente per "cambiare quel che va cambiato, per riformare quel che va riformato oggi qui, senza ulteriore indugio, per trasmettere ai giovani la ‘vocazione alla politica’".
Presto e bene, insomma, e con giudizio. La parola vocazione è molto impegnativa. Implica un taglio, un’ascesi, cioè un percorso nuovo in vista di un obiettivo grande. Se usiamo la parola vocazione insomma dobbiamo accettarne le implicazioni, che già Pio XI, il Pontefice del rifiuto dei totalitarismi del XX secolo, oggi giustamente rivalutato, richiamava nella definizione, poi largamente ripresa della politica come forma esigente di carità. Che è e resta una definizione laica. Vale insomma per tutti, non solo per i credenti. Implica la stoffa delle persone. E un processo di selezione trasparente e rigoroso, tanto all’interno delle forze politiche, che, finché non s’inventeranno forme migliori, restano necessarie, che in sede elettorale.
È arduo. Tanto più che il tempo passa veloce e l’annuncio dei cambiamenti non può più bastare. Anzi, ormai sortisce l’effetto opposto, se non è seguito dai fatti.