PASQUA

Una gioia incredula

Card. Angelo Bagnasco: perché “non possiamo fare a meno della domenica”

“Non possiamo fare a meno della domenica, giorno del Risorto. In questo santo giorno l’uomo si riposa dal lavoro, la famiglia si ritrova con tempi distesi, i cristiani partecipano alla liturgia eucaristica, la società cresce. Per tali motivi, umani e religiosi, la domenica non può essere sacrificata a ragioni economiche, altrimenti si perde di identità e coesione”. Ed in questo modo “non solo la famiglia non ha più tempo per sé, ma la società tutta ci infragilisce: non diventa più efficiente e produttiva, bensì meno coesa, più agitata e nevrotica”. Ad affermarlo l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, nell’omelia pronunciata nella celebrazione della domenica di Pasqua.

Aprire la domenica al lavoro è danno grave. Dello stesso tema il cardinale ne ha parlato anche nell’omelia pronunciata ieri sera, durante la veglia pasquale, quando ha affermato che la domenica è “giorno nel quale non solo ci si riposa dal lavoro ma anche ci si ritrova con ritmi più distesi, e i cristiani si radunano per la Celebrazione eucaristica”. “Per queste ragioni, umane e religiose, – ha detto ancora l’arcivescovo – aprire ordinariamente la domenica al lavoro è un danno grave: non rispetta l’uomo, la società ci perde in coesione, e il mercato non si risolve”.

Il mondo è travolto da deriva che va contro uomo, vita, famiglia. Il giorno di Pasqua, ha detto ancora il cardinale nell’omelia odierna, è il giorno della speranza “che è destinata a tutti” e se i cristiano sono “testimoni di speranza, allora tutti, credenti o no, ne sono beneficati e affascinati”. “Ma noi – ha domandato il porporato – ne siamo coscienti? Viviamo nella speranza, oppure siamo cristiani tristi, malinconici, che si trascinano stancamente non a causa degli inevitabili pesi della vita, ma perché tiepidi nell’anima?”. Il mondo, ha affermato, è travolto da una deriva che “va contro l’uomo, la vita, la famiglia vera”. “Il mondo – ha affermato – ride ma è angosciato, corre da una parte all’altra perché ha paura di fermarsi con se stesso e di guardare al proprio vuoto, predica una libertà forsennata, ma non si ritrova più libero bensì più esposto a qualunque schiavitù. Vuole aversi in mano escludendo ogni riferimento religioso, padrone assoluto del proprio destino, ed è insoddisfatto, allo sbando, travolto da una deriva che va contro l’uomo, la vita, la famiglia vera. Si dichiara non credente e si ritrova credulone”. “E’ questo – ha domandato il porporato – il risultato di quella volontà di potenza che vuole fare a meno di Dio? Una volontà che sembra spadroneggiare in Europa e che serpeggia qua e là anche nel nostro Paese?”. Da qui l’invito e l’esortazione alla vigilanza ed alla testimonianza. “E’ necessaria la vigilanza e la partecipazione consapevole alla vita pubblica, che è un dovere, ma anche è necessaria la testimonianza coraggiosa del nostro appartenere a Cristo”. Infatti i fedeli sono consapevoli che “la fede non deprime gli uomini, al contrario li esalta perché li guida alla verità di ciò che sono, scintille di cielo”. Ed “è la verità che ci libera, non ciò che vogliamo”.

Si afferma la forza di chi ha più mezzi per fare valere le proprie opinioni. “Oggi – ha detto ancora il cardinale Bagnasco nell’omelia del giorno di Pasqua – si vive in uno strano sbilanciamento dalla ragione alla volontà: questa s’impone alla conoscenza e la piega non verso le cose come sono, ma come vogliamo che siano. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: si afferma la forza di chi ha più mezzi per far valere le proprie opinioni che, in genere, nascondono interessi non proprio ideali”. Invece, “la resurrezione di Gesù ci porta in un altro mondo; non ci toglie dal mondo presente, ma ci insegna un modo diverso di starci, ci dona un orizzonte nuovo che abbraccia il tempo e l’eternità”.

Gli apostoli sono i testimoni autentici della fede. La fede poi si basa sulla testimonianza degli Apostoli. “Cristo è Dio perché è risorto: i Dodici ne sono i testimoni autentici” e senza di loro “non potremmo in nessun modo arrivare a Lui”. La fede, infatti, “non è il risultato di un calcolo matematico, ma la conclusione di un intreccio di ragione e fiducia, come accade nella vita di tutti” perché “il vivere quotidiano è una sequenza di ragionevoli atti di fiducia negli altri”. Allo stesso modo, “noi crediamo nel Risorto sulla parola degli Apostoli che hanno vissuto con Lui, hanno condiviso i momenti di gloria e di insuccesso, lo scandalo della passione e morte, la gioia incredula della risurrezione. I miracoli e le apparizioni, così come il Vangelo che corrisponde alle attese profonde del cuore, sono i segni credibili della divinità di Gesù”. Se il Risorto “fosse solamente un uomo, pur grande e nobile, noi saremmo degli illusi e degli infelici”.