BASILICA DELLA NATIVITÀ
Betlemme: dieci anni fa l’assedio e la telefonata del Papa
Il ricordo è ancora vivo nel cuore e nella mente di molti abitanti di Betlemme, testimoni, esattamente dieci anni fa, di quello che, nel conflitto israelo-palestinese, è passato alla storia con il nome di "assedio della Natività". Per 39 giorni, 240 militanti palestinesi, armati, rimasero all’interno della basilica, la più antica della Terra Santa e tra le più antiche del mondo, risparmiata da tutte le invasioni che si succedettero nei secoli. Una chiesa adorata da milioni di fedeli e pellegrini, forse per questo considerata rifugio sicuro per scampare all’esercito israeliano che li braccava. A ripercorrere quei giorni al Sir è padre Ibrahim Faltas, all’epoca presso la basilica della Natività, oggi economo della Custodia di Terra Santa. Durante l’assedio il frate, che era rimasto in basilica insieme a 30 confratelli di 17 nazioni, a tre monaci armeni, due greci ortodossi e quattro suore, cercò di mediare tra i miliziani palestinesi e le forze armate israeliane, guadagnandosi l’epiteto di "fra’ telefonino", mezzo col quale comunicava non solo con gli israeliani ma anche con i suoi superiori e con i media di tutto il mondo che, per questo poterono seguire, passo dopo passo, l’evolversi della situazione e conoscere fatti importanti come la telefonata di Giovanni Paolo II.
L’inizio dell’assedio. "L’assedio ha inizio il 2 aprile 2002, dopo una serie di attentati palestinesi, frutto di una politica sbagliata e non condivisa dalla maggioranza della popolazione, in particolare da Abu Mazen, oggi presidente dell’Autorità palestinese", ricorda padre Faltas, mentre dalla sede della Fondazione "Giovanni Paolo II" a Betlemme sfoglia alcune foto di quei giorni. "Eravamo nel periodo di Pasqua e Ariel Sharon aveva deciso di occupare tutti i territori palestinesi. Così la sera del lunedì di Pasqua, Betlemme viene invasa dagli israeliani. Nella strada principale si potevano contare oltre 200 carri armati. Due settimane prima, durante un’incursione, Israele aveva fatto saltare un carcere palestinese, da cui erano fuggiti molti detenuti. Questi ultimi, alla vista dei carri armati, entrarono nella Natività, dopo aver spaccato la porta del nostro convento di santa Caterina, attiguo alla basilica". Fu l’inizio dell’assedio, dentro 240 miliziani armati, fuori centinaia di cecchini e soldati israeliani supportati da elicotteri e mezzi corazzati. "Nei 39 giorni che seguirono aggiunge il francescano di origini egiziane 8 palestinesi furono uccisi dagli israeliani, grazie a una telecamera esterna che monitorava ogni movimento all’interno della basilica e segnalava gli obiettivi da colpire. Non potendo seppellire i morti adagiammo i loro corpi all’interno delle canne dell’organo opportunamente tagliate e aperte a mo’ di bare. Trentanove giorni passati in gran parte senza acqua, cibo, luce, in condizioni igienico-sanitarie pietose. La notte era impossibile dormire per le bombe sonore lanciate dall’esercito israeliano".
La telefonata del Papa. In questa situazione che rischiava di degenerare, avvennero due fatti che padre Faltas definisce, ancora oggi, a distanza di dieci anni, "provvidenziali". Il primo fu "il ritrovamento di una stanza, l’unica di tutto il convento, dove nonostante i tagli dell’esercito israeliano, continuava ad esserci luce e acqua. Potevamo così dissetarci, lavarci e ricaricare i telefonini. Da mangiare avevamo giusto del riso, della pasta ma anche l’erba del giardino". Il secondo fatto, "assolutamente inaspettato, giunse proprio nel momento più critico dell’assedio. Era il 15 aprile e l’allora segretario di Stato Usa, Colin Powell, arrivò in Palestina per trovare una soluzione. Purtroppo non fu così. Appreso del fallimento continua il ricordo di padre Faltas i palestinesi barricati dentro la Natività decisero di uscire attraverso la porta dell’Umiltà, e andare così allo scontro con gli israeliani appostati all’esterno. Mentre cercavo di distoglierli ecco una telefonata: era il patriarca di Gerusalemme, Michel Sabbah, che dal Vaticano dove si era recato, mi passò il papa, Giovanni Paolo II. Ricordo bene le sue parole: ‘Non abbiate paura, io sono con voi e prego per voi, grazie per quello che fate per i Luoghi Santi. Prego per Betlemme’. Io non riuscii a dire altro che: ‘Grazie Santità’. La notizia della telefonata si sparse tra i palestinesi, tutti musulmani tranne due cristiani, che cominciarono a lodare il Papa e il fatto che era l’unico a essersi ricordato di loro e a biasimare i leader arabi rei di averli lasciati al loro destino. Quella telefonata dice oggi il francescano fece dimenticare ai palestinesi la voglia di uscire e combattere. Il ricordo del Papa è ancora vivo tra i musulmani palestinesi e anche l’immagine della Chiesa ne è uscita rafforzata. L’assedio si concluse con un accordo che prevedeva, tra le varie cose, 13 miliziani esiliati in Europa, di cui 3 in Italia, 26 a Gaza. I danni di quei giorni alla basilica e agli ambienti attigui, furono ripagati dalla cooperazione italiana, nonostante i Paesi del Golfo avessero offerto una somma di 200 mila dollari. Molti di quelli che sono tornati a casa ora sono di nuovo nelle prigioni israeliane". Ma a un assedio che finiva ne subentrava un altro ancora più grave: "Il 16 aprile, mentre si consumava l’assedio alla Natività, gli israeliani cominciarono a costruire il muro di separazione che oggi rende Betlemme una prigione a cielo aperto". E non è un caso che padre Faltas abbia deciso d’intitolare il suo secondo libro sui fatti della Natività così: "Dall’assedio della Natività all’assedio della Città" (edizioni Terrasanta verrà pubblicato il prossimo 5 maggio).
a cura di Daniele Rocchi, inviato Sir a Betlemme