CARD ANGELO BAGNASCO
Oggi a Genova la Messa per il mondo del lavoro
(Genova) "In un’ora invasa da scenari inediti e difficili sfide" e in un tempo "in cui le certezze di sempre sembrano messe in discussione e l’orizzonte appare poco chiaro", per superare la crisi economica è necessario "un orizzonte vero, non delle parole che si ripetono inconcludenti", servono "certezze, non promesse, perché i tempi stringono e le ristrettezze diventano sempre più pesanti sulle spalle delle famiglie". Ad affermarlo l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, nell’omelia pronunciata questo pomeriggio nella cattedrale di San Lorenzo in occasione della tradizionale Messa per il mondo del lavoro che la Chiesa genovese celebra nella solennità di San Giuseppe.
Coesione per uscire dalla crisi. Il cardinale parla ufficialmente alla sua Genova, ma lo sguardo e il cuore del Pastore abbracciano il mondo del lavoro in generale. Per superare la crisi, ricorda che la città ha bisogno di "coesione", che è il risultato di "fiducia, sincerità e coraggio". La città "deve dismettere interessi individualistici o di parte e la sonnolenta inerzia" insieme a "vecchi modi di pensare e vecchi costumi che, mentre cercano di mantenere se stessi, affossano Genova e con lei i suoi figli". Non bisogna poi dimenticare che "per creare futuro dobbiamo mettere in conto anche eventuali disagi temporanei, ma è la visione d’insieme, non il proprio particolare che deve ispirare e sostenere". Infatti, "se è più importante che l’altro non faccia bella figura, non abbia successo, non meriti plauso per il coraggio e l’intraprendenza, allora la città si spegne", ha affermato il cardinale aggiungendo: "Se si perdono tempo e forze per ostacolare gli altri nel bene, perché non abbiano merito, perché siamo noi a dover brillare, a occupare la scena, allora la città si deprime. Se si gode nel cogliere le ombre altrui o addirittura si manovra per crearne ad arte, allora la città si mortifica ed è umiliata. Se non si smette di guardare ogni novità con sospetto, come se ogni iniziativa dovesse nascondere chissà quale speculazione indebita, e se ogni intrapresa deve affrontare l’esasperante corsa a ostacoli dei no pregiudiziali, dei silenzi tattici, allora la città diventa invivibile e gli investimenti trasmigrano verso lidi più accoglienti e collaborativi. Se ogni progetto di sviluppo deve attendere tempi irragionevoli e affrontare maglie snervanti quanto ingiustificate, o consensi apparenti e resistenze reali in nome di alternative ipotetiche, pretestuose o tardive, allora la città perde opportunità concrete di lavoro".
Fare piuttosto che parlare. Il cardinale ricorda inoltre che qualunque ristrutturazione aziendale senza che vi sia un adeguato piano di ampliamento del lavoro non porta da nessuna parte. "Si dice che bisogna ristrutturare le aziende, e questo ha riconosciuto spesso è vero, ma la ristrutturazione in sé, senza cercare commesse in Italia e per il mondo, non crea lavoro". E, ancora, "ridefinire e risanare ha detto il porporato si riduce a un’operazione di finanza oppure è un impegno di reale sviluppo e quindi di crescita lavorativa?". "Si dice che importante è non perdere posti di lavoro ha aggiunto ma se la ‘testa’ di un’azienda emigra, il resto del corpo quanto potrà resistere?". "Si dice che è da difendere la forza lavoro, ma se si lascia che la tecnologia prenda le ali, non diventeremo un luogo di assemblaggio? E allora, oltre ad aver perso professionalità e ingegno, quanto sarà sicuro il lavoro residuo?". Perché questo non accada, ha proseguito il presule, "è necessario non solo mantenere la tecnologia, ma bisogna investire e farla crescere: quanto più le difficoltà sono grandi, tanto più urgente è lo sviluppo, bisogna puntare in alto". "La difficoltà più grave", secondo il porporato, non è "la ristrettezza delle risorse", quanto piuttosto vi potrebbero essere "altre ristrettezze" che portano "a frenare fino allo sfinimento." Lo status quo non giova "certamente ai lavoratori e alle famiglie". Infatti, ha precisato, "è meglio fare piuttosto che parlare, ed è necessario pensare e fare insieme lealmente, senza primazie meschine e irresponsabili. Lo esige la città, lo chiedono i più esposti, giovani e famiglie".
Umile presenza. All’inizio dell’omelia il cardinale aveva ricordato che "la diocesi di Genova ha una lunga storia di presenza rispettosa e di rapporto virtuoso con il lavoro", e che "la Chiesa non ha interessi, né privilegi da rivendicare: desidera solo servire nel nome del Vangelo, sorgente di salvezza e garanzia di umanità". "Non abbiamo soluzioni tecniche da proporre ha aggiunto ma offriamo un’umile presenza che, mentre indica il cielo, guarda alla terra perché diventi casa più sicura e famiglia più vera. Vorremmo che la nostra parola raggiungesse oggi non solo l’orecchio attento di ciascuno, ma anche la mente e il cuore; e potesse ispirare prospettive e propositi giusti per la nostra città".