TEOLOGIA PASTORALE
Lo sguardo nuovo e diverso prospettato dal Concilio Vaticano II
"La qualifica ‘pastorale’ della teologia. Ripresa del significato conciliare e valenza metodologica del tema" è il titolo della lezione tenuta oggi pomeriggio all’Istituto di liturgia pastorale "Santa Giustina" di Padova, nell’ambito delle celebrazioni per il 50° di apertura del Concilio Vaticano II. Luigi Crimella, per il Sir, ha intervistato il relatore don Andrea Toniolo, preside della Facoltà teologica del Triveneto.
Perché c’è l’esigenza di attribuire una qualifica "pastorale" alla teologia?
"Anzitutto bisogna ricordare che la tradizione teologica ha sempre mostrato la valenza pratica della fede, il suo fine ‘pratico’, che non è la conoscenza di Dio, ma la beatitudine. La teologia pastorale, o pratica, nella pretesa di strutturarsi seriamente, di avere un’incardinazione più precisa e credibile nell’impianto teologico, è ancora considerata nell’immaginario ecclesiale diciamolo francamente come un semplice corollario o deduzione della teologia sistematica. Si tratta, invece, di un pensiero teologico che parte rigorosamente dalla pratica, non tanto come espediente, ma come metodo che realizza la verità di fede: la rinnovata comprensione della missione della Chiesa a procedere dalle evidenze dischiuse dalla prativa effettiva è il compito della teologia pratica o pastorale; essa è un capitolo della teologia sostanzialmente nuovo".
Ma cosa bisogna intendere esattamente per "pastorale"?
"Si può rispondere che la pastorale è la realizzazione della Chiesa nella storia, in rapporto al mondo. A questo riguardo il contributo fondamentale e imprescindibile del Concilio consiste nell’aver prospettato uno sguardo nuovo e diverso, alla luce del mistero di Cristo, al mondo. Da tale impostazione è derivato un concetto nuovo di pastorale, non più intesa secondo un modello applicativo e deduttivo, ma secondo un modello storico e globale".
Qual è, a suo avviso, la consapevolezza diffusa circa il senso e ruolo della pastorale?
"Nel post-Concilio, come già anticipato, la teologia pastorale o pratica assume la forma prevalente di scienza dell’azione: il primato viene dato all’agire realizzato, al vissuto rispetto alla teorizzazione. La prassi codificata, attuata, costituisce l’orizzonte da cui muovere per la riflessione antropologica e teologica. La funzione della teologia è quella di scoprire la portata di teoria racchiusa nella prassi: il significato di un’azione non è qualcosa che si aggiunge dopo ma è già dato nell’agire. Gli esempi anche dalla storia sono molteplici: lex orandi, lex credendi; bibbia e liturgia; lo sviluppo della teologia sacramentaria è legato alla prassi dei sacramenti".
Si può quindi parlare di una "utilità" pratica della pastorale?
"La formazione o il cambiamento dell’universo simbolico del credente avviene sostanzialmente per mezzo di azioni o di esperienze (educare vuol dire far fare esperienza): modificando una pratica si va a intaccare l’universo simbolico, difficilmente il contrario. E la modifica di una prassi non è la semplice conseguenza di una riflessione. Un esempio emblematico è dato dall’iniziazione cristiana, dove è strutturale l’intreccio tra fede e cultura, simboli e storia. Pur essendoci un modello paradigmatico, quello catecumenale, la modifica della prassi iniziatica non è il semplice frutto di una deduzione, ma dipende dall’antropologia, dalla cultura, dalla libertà del soggetto, dalla verità di fede. Allo stesso modo alcuni ambiti classici della teologia spirituale chiedono una rivisitazione alla luce del contesto attuale, come gli schemi dei gradi di perfezione o il tema degli stati di vita, che il Vaticano II ha costretto a rivedere, affermando la vocazione universale alla santità. La visione tradizionale rischiava di peccare di ‘essenzialismo’, ossia di pensare gli stati di vita in maniera astratta, senza riferimento alle forme storiche differenziate del laico, dello sposato, del prete, del religioso, e agli itinerari di fede così come si strutturano".