IRAN
Intervista con Janiki Cingoli (Cipmo)
Copione rispettato in Iran dove, alle elezioni del 2 marzo per il rinnovo del Majlis, il Parlamento, il fronte conservatore, capeggiato dalla Guida suprema dello Stato, Ayatollah Ali Khamenei, ha stravinto con il 75% dei voti, dati ancora parziali, superando il presidente Mahmoud Ahmadinejad. Alle precedenti elezioni del 2008 i due erano alleati contro il fronte riformista legato all’ex presidente Mohammad Khatami, alleanza disgregatasi dopo il voto presidenziale del giugno 2009, ma soprattutto quando, più di un anno fa, Ahmadinejad aveva cercato di allargare la sua influenza sui servizi segreti e sui circoli dei mullah. La percentuale di voto, quasi il 65%, nove punti in più rispetto a quattro anni fa, sbandierata dal ministero degli Interni, senza che nessuna verifica indipendente abbia potuto confermarla, ha fatto dire al regime che l’appello al boicottaggio delle urne invocato dall’opposizione riformista è rimasto inascoltato. Ma quale Iran è uscito dalle urne? Daniele Rocchi, per il Sir, lo ha chiesto a Janiki Cingoli, direttore del Cipmo, il Centro italiano per il Medio Oriente (www.cipmo.org) che il prossimo 14 marzo, a Milano, terrà una conferenza sul tema "L’Iran dopo le elezioni e la sfida nucleare" (Sala Conferenze di Palazzo Turati, via Meravigli 9b, ore 17.30).
Cosa significa questa vittoria anche in vista delle presidenziali del 2013?
"Credo che si andrà avanti in questa resa dei conti tra Khamenei e Ahmadinejad che vede silente l’opposizione, i cui leader in carcere, pare, siano stati contattati dallo stesso Khamenei che pensa ad una specie di alleanza con questa componente moderata proprio sulla testa di Ahmadinejad. Si tratta di una situazione opaca che non lascia trasparire alcuna certezza".
I riformisti hanno boicottato il voto. Si può parlare, anche per loro, di sconfitta?
"La sconfitta c’era stata già nella precedente tornata elettorale del 2008. I riformisti sembrano attendere gli sviluppi della situazione e che queste sanzioni internazionali facciano effetto. Non c’è una sconfitta per chi non ha partecipato alle elezioni ma gli appelli a boicottare il voto sono caduti nel vuoto e l’affluenza alle urne, più o meno forzata, c’è stata…".
I 9 punti percentuali in più rispetto al voto del 2009 possono essere considerati come un semaforo verde alla scelta nucleare e alla politica di autarchia e di sfida aperta contro Israele, Usa e Occidente in generale?
"In Iran c’è un generale consenso verso la scelta nucleare e verso il rifiuto di imposizioni dall’esterno. In questo c’è unità di vedute tra Khamenei e Ahmadinejad. La pressione israeliana, che ha alzato i toni sulla questione del nucleare iraniano, con la minaccia di un intervento militare, potrebbe, inoltre, avere l’effetto di ricompattare il fronte interno".
Cosa potrebbe cambiare in politica interna dopo questo voto? I dati parlano di una grave crisi economica e sociale…
"A livello istituzionale potrebbe cambiare più di qualcosa. Sembra, infatti, che la guida suprema Khamenei abbia intenzione di rendere non più elettiva la carica del presidente ma nominata, eliminando l’attuale stato di diarchia esistente tra queste due figure. La situazione, per il resto, è pesante. Nel bazar il malumore è diffuso, ma occorre tenere presente che l’Iran ha saputo resistere a tanti anni di guerra con l’Iraq, affrontando sacrifici ben più gravi e non mi attenderei a breve termine un collasso del Paese. Questo anche perché la minaccia di attacchi israeliani provoca l’aumento del prezzo del petrolio e, quindi, dei finanziamenti all’Iran che del greggio è uno dei maggiori esportatori. Un effetto perverso che forse non si tiene molto presente".
Cosa potrebbe cambiare nella politica estera iraniana, tesa a imporsi come potenza regionale?
"Assisteremo probabilmente ai tentativi di rafforzare il controllo diretto sull’Iraq, a maggioranza sciita, e di sostenere le componenti sciite presenti nei Paesi dell’area del Golfo, compresa l’Arabia Saudita. Si registrano, tuttavia, segnali di indebolimento in Siria, dove il regime amico di Bashar al-Assad non è più forte come prima. Se gli oppositori di Assad dovessero, anche se non a breve termine, prevalere, l’arco sunnita si amplierebbe a danno di quello sciita. Questo indebolimento siriano, inoltre, sta avendo effetti anche in Libano dove il druso Jumblatt, da sempre ago della bilancia, è uscito dalla maggioranza tenuta dagli Hezbollah".
Si parla molto di un attacco israeliano a siti nucleari iraniani: lo ritiene possibile?
"La leadership israeliana e questo è un fatto reale ritiene che ci sia una finestra di opportunità adesso, nei mesi che precedono le presidenziali Usa. Finestra che però potrebbe chiudersi nel caso in cui il programma nucleare iraniano superari il punto di non ritorno. La politica israeliana è sensibile alla minaccia iraniana di annientamento manifestato da Ahmadinejad. Ritengo, tuttavia, che la politica estera iraniana non sia irrazionale e i suoi leader ci penserebbero molte volte prima di scatenare un conflitto nucleare nell’area. Al momento si stanno confrontando due linee: quella di Netanyahu, che tende a influenzare la politica interna Usa favorendo di fatto i candidati repubblicani, sostenendo che non si può attendere oltre per attaccare l’Iran e quella di Obama che invece vuole dare ancora una chance alla diplomazia lasciando sempre aperta l’opzione militare. L’azione di Netanyahu potrebbe rappresentare un rischio, poiché, se Obama dovesse essere rieletto, il presidente Usa non sarebbe felice per l’interferenza israeliana nella politica Usa".