YARA

Quell’abbraccio

A un anno dal ritrovamento della ragazza di Brembate Sopra

Un anno fa, il 26 febbraio 2011, in un campo di sterpaglie a Chignolo d’Isola, veniva ritrovato il corpo senza vita di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate Sopra scomparsa nel nulla il 26 novembre 2010. L’avevano cercata in lungo e in largo tantissimi, instancabili, generosi volontari insieme alle forze dell’ordine. Non era mai andata molto lontano. L’autopsia rivelerà che Yara ha finito la sua vita, aggredita da chissà chi, in quel campo a pochi chilometri da casa sua.
La vicenda di Yara resta sospesa. Gli investigatori non hanno ancora individuato un possibile colpevole, sembrano annaspare aggrappandosi ai risultati delle analisi scientifiche, alle tracce di Dna. Ma quello che appare e che rimbalza senza sosta sui media – soprattutto i talk show televisivi non hanno mai spesso di interessarsi al caso – è la grande incertezza unita a un senso d’impotenza, sconfitta. Anche incredulità.
Misteri che s’intrecciano, veri o presunti errori degli investigatori, l’abisso di una violenza che sgomenta ancora di più per la sua irrazionalità. Per la mancanza di qualsiasi spunto che possa mettere in relazione il sorriso curioso e fiducioso di una bambina con il buio e il freddo della violenza, dell’abbandono, così tragicamente simboleggiato proprio da quel campo di sterpaglie che ha custodito per mesi il corpo di Yara.
C’è però anche qualcos’altro nella vicenda di Brembate Sopra. Ci sono il calore e la dignità di una famiglia che ha cercato dentro di sé e nell’appoggio della comunità che la circonda la forza per sopravvivere, per andare avanti e affrontare la vita di tutti i giorni. C’è la testimonianza di persone che, pur travolte da un male inspiegabile e tanto grande, hanno saputo accostare al desiderio tenace di cercare la verità la forza della fede, che pure s’interroga sul mistero del dolore, sulla negazione dell’umanità, ma resta agganciata a una prospettiva più alta, a una speranza più forte. Una fede che si esprime anche nella mancanza di parole e nella "resa" al silenzio, quasi travolta dal mistero.
"Non dirmi nulla e abbracciami": così diceva il papà di Yara a don Corinno Scotti, il parroco della sua comunità, subito dopo il ritrovamento del corpo della sua bambina. Non ci sono parole, c’è solo la necessità di sentire un’umanità viva, vicina, calda. La necessità di condividere.
Quell’abbraccio, di don Corinno e di tutti noi, non si è allentato.