DONNE NEL SUD
Dossier Svimez: un deficit culturale che va superato pensando al futuro
Nel Sud oltre mezzo milione di donne sfugge alle statistiche della disoccupazione ufficiale, così da portare il tasso di disoccupazione corretto nel 2010 al 30,6% (il tasso di disoccupazione ufficiale è, invece, del 15,4%). A queste vanno aggiunte 575mila "scoraggiate", disponibili a lavorare ma non in cerca di lavoro. Mentre le poche assunte regolarmente (tra le giovani meno di una su quattro) hanno uno stipendio inferiore di oltre il 30% rispetto a un uomo del Centro-Nord. Le donne al Sud, comunque, studiano più degli uomini. In rapporto alla popolazione, le ragazze del Sud diplomate sono passate dall’85,1% del 2000 al 94% del 2009, circa un punto percentuale in più rispetto al Centro-Nord. Ancora meglio sul fronte universitario: le meridionali laureate sono il 18,9% sul totale della popolazione dai 30 ai 34 anni, quasi 7 punti in più dei maschi (12,3%). A due settimane dall’8 marzo, Giornata internazionale della donna, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez) fotografa la situazione delle donne al Sud nel dossier "La condizione e il ruolo delle donne per lo sviluppo del Sud" di Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano. Le elaborazioni Svimez prendono in esame la situazione delle donne al Sud dal 2008 al 2011. A Paola Ricci Sindoni, docente di filosofia morale all’Università di Messina, Gigliola Alfaro ha chiesto per il Sir un parere sulla condizione della donna oggi al Sud, anche alla luce di questi dati.
Professoressa, come mai le donne al Sud sono così penalizzate sul fronte del lavoro?
"Il Sud soffre ancora di una sorta di deficit culturale, con il perdurare di pregiudizi nei confronti della donna e di condizionamenti che ostacolano l’ormai necessaria mobilità nel lavoro. Purtroppo, una giovane laureata del Sud non ha la stessa facilità a muoversi di una coetanea del Nord. Quando una ragazza del Sud deve affrontare un colloquio di lavoro fuori, il motivo per cui decide di non cogliere questa opportunità non è legato al fatto di non voler stare in una grande città o ai costi di vivere fuori. Piuttosto, la scusa ricorrente è che il fidanzato non vuole. Questa è una cifra di una mentalità ricorrente".
Nel dossier si parla anche di scoraggiamento a cercare lavoro…
"Il deficit culturale crea nelle giovani donne una scarsa autostima nel valore personale, nella capacità di incidere anche sul piano del proprio territorio. In tutte le classi sociali si registra una diffusa rassegnazione e lo scoraggiamento a non cercare neppure il lavoro. Anche le laureate, che sono brave, soffrono di questa mancanza di apertura. Certo, tutti vorrebbero il lavoro sotto casa, ma oggi non è possibile. E poi da giovani fare un’esperienza di lavoro fuori dal proprio territorio può essere arricchente. C’è, inoltre, un deprezzamento generale, ma soprattutto al Sud, del lavoro artigianale, perché manca il senso imprenditoriale di investire in micro-progetti, mettendo in rete le proprie capacità. Ad esempio, si potrebbero promuovere asili, progetti per il turismo, il lavoro di cura che chiede di essere maggiormente professionalizzato, ma soprattutto organizzato in senso imprenditoriale, senza aspettare che la laurea dia automaticamente un lavoro proporzionato alla qualità dello studio fatto. D’altra parte, elaborare un progetto di turismo, con guide per un percorso culturale e per far conoscere e commercializzare i prodotti locali, non è un deprezzamento. Manca un po’ questo spirito di iniziativa imprenditoriale. C’è bisogno di ottimizzare le proprie capacità. E questo passo in più tocca proprio alle giovani generazioni. Mi auguro che la riforma del mercato del lavoro metta un occhio su questa situazione e offra nuovi input, capaci di suscitare nuove energie e coscienza critica su un territorio in cui ancora sopravvivono pregiudizi e condizionamenti".
Un dato su cui riflettere è anche il fatto che diplomate e laureate al Sud sono più degli uomini…
"Le ragazze in genere sono più capaci nello studio e i genitori anche in società non ancora del tutto aperte alla mobilità del lavoro spingono le ragazze a studiare perché significa comunque stare a casa. Una volta ottenuto il titolo, l’obiettivo resta il matrimonio con un lavoro part-time. Se la ragazza deve fare un master all’estero, i genitori preferiscono che resti a casa, anche senza lavoro. Io invito sempre le mie studentesse a partire e fare un’esperienza all’estero, perché non è una vergogna, com’era un tempo che si emigrava per povertà, ma si tratta di un nuovo trend del mercato del lavoro, sperando poi di tornare".
Non c’è il rischio che si perdano così le energie migliori e si impoverisca ancora di più il Sud?
"In realtà, non si tratta di emigrare, ma di entrare nel meccanismo del lavoro flessibile. Fare un’esperienza fuori per tornare al Sud, per impiantare piccole o grandi imprese, per rimettere in moto la creatività femminile, la capacità di tessere legami, di progettare nuove forme di impegno sul sociale".
Le donne possono contribuire, allora, per un riscatto del Mezzogiorno?
"Certamente, se riescono a osare un salto di qualità in ordine alla loro indipendenza, autonomia, realizzazione personale".